5/13/2008

Anche Roma mettela freccia a destra


Se la vittoria di Berlusconi alle elezioni politiche era decisamente prevedibile, molto meno lo era quella di Gianni Alemanno nella corsa al Campidoglio. Il candidato di An è il nuovo sindaco di Roma, con un distacco di circa il 7% su Rutelli al secondo turno. Sul successo di Alemanno ha influito sicuramente la “svolta a destra” dell’Italia, accentuata nel ballottaggio dalla voglia di salire sul carro del Pdl da parte di molti e dalla delusione di una parte dell’elettorato di centro-sinistra.
Ma la vittoria dell’ex ministro dell’Agricoltura trova alcune spiegazioni anche nella capitale. Innanzitutto va detto che Alemanno, ex Fronte della Gioventù e Msi, incarna una destra sociale che a Roma gode di un certo seguito. Ma oltre alle motivazioni ideologiche c’è dell’altro: se si pensa che due anni fa Veltroni aveva battuto Alemanno al primo turno, si capisce come la politica dell’attuale leader del Pd abbia lasciato parecchio malcontento. Per molti Veltroni si è preoccupato troppo dell’immagine mediatica della città (Notte bianca, Festa del Cinema, ecc.) e troppo poco dei problemi quotidiani dei romani, soprattutto nelle periferie, dove il successo del centro-destra è stato ancora più netto. Anche la scelta di candidare Rutelli, già sindaco due volte, forse non è piaciuta a tanti: non si può infatti trascurare il voto disgiunto di 60mila elettori che hanno scelto il candidato
del Pd Zingaretti alla Provincia e Alemanno al Comune. Ma l’elemento che probabilmente ha spianato la strada al trionfo elettorale del Pdl anche nella città eterna è rappresentato dai recenti dibattiti sulla sicurezza. Hanno fatto breccia nei cittadini della capitale i proclami xenofobi e razzisti della destra, proprio mentre i media hanno amplificato a dismisura l’”emergenza sicurezza”. Cero è che quando uno schieramento politico possiede e gestisce i mezzi d’informazione è più facile per questo alimentare nelle persone bisogni su cui poi basare la campagna elettorale. Questo non significa che la sicurezza è un problema inesistente o esclusivamente calato dall’alto. E’ vero infatti che una consistente percentuale di alcuni tipi di reati è commessa da immigrati irregolari, ma è anche vero che l’immigrazione è accettata, e sfruttata, da quel mondo imprenditoriale così vicino al centrodestra che prima richiede manodopera a basso costo e poi si scaglia contro gli extracomunitari per ottenere consensi. E stavolta di consensi ne ha ottenuti molti.
Andrea Pranovi
andrea.pranovi@underpress.it

Una festa zoppa


Venerdì 25 aprile io ed Antonio Nesci eravamo in manifestazione: insieme ad altre quarantamila persone abbiamo camminato da Porta San Paolo a Piazza Vittorio Emanuele, e ne abbiamo approfittato per guardarci attorno, raccogliere qualche intervista e capire quali fossero le opinioni ed i sentimenti dei cittadini lì presenti.
La prima impressione si è poi rivelata essere la compagna della manifestazione: troppe bandiere di partito, troppe falci e martello o simboli del Piddì. Sono troppo giovane per sapere con certezza cosa sia successo nella storia politica e culturale del nostro Paese perché la giornata della Liberazione divenisse una festa di parte. Lo posso immaginare: una scuola sempre più scandalosa col passare degli anni (alcune ragazze delle superiori ci hanno detto di non aver mai letto Fenoglio, Calvino o Pavese), una società di massa rincoglionita dalla televisione, politici rampanti che strumentalizzano la Storia a proprio consumo o che la ignorano indecentemente
- come il prossimo Presidente del Consiglio che non ha mai celebrato il 25.
Se lo ficchino bene in testa, coloro che pensano alla Liberazione come una cosa sorpassata: se siamo qui a parlare, a studiare, a discutere per differenti posizioni politiche, lo dobbiamo a quei liberali, a quei comunisti, a quei cattolici, a quegli anarchici, a quelle persone semplicemente libere che dall’8 settembre 1943 si ribellarono all’oppressione nazi-fascista. E invece no, ci si ritrova in manifestazione per il 25 Aprile immersi in un’atmosfera palesemente di sinistra, perché a questo punto,msiamo arrivati: dacché fu dell’intero popolo italiano, oggi la Liberazione è una festa di parte. E a me sta cosa fa schifo. Al sig.Malaguti, all’epoca il partigiano Biondino, abbiamo chiesto cosa rimane della Resistenza oggi. “Rimane la Costituzione”, ci ha risposto.
La Costituzione è di sinistra o della Repubblica democratica? Il cittadino di destra gode o no dei diritti sanciti nella nostra carta costituzionale? E allora perché la manifestazione del 25 è tinta di rosso? Attenzione, non dico che la colpa sia della destra: può essere che la sinistra abbia strumentalizzato la Liberazione, e quindi lo schieramento avverso - a torto - se n’è tirato fuori. Non lo so. Credo che il peccato originale risieda nella degenerazione della società e del valore della memoria a cui ci siamo abbandonati. A cui ci hanno abituati. Io non me la sentirei di dare del cretino ad un sedicenne che non sapesse spiccicarmi due parole in croce, profonde, sul senso della Liberazione. Se non ne fosse capace, sarebbe una vittima: è la scuola a non averglielo insegnato. O la famiglia. In manifestazione abbiamo intervistato un bambino che era lì coi genitori, avrà avuto otto anni. Sua madre ci aveva detto che il giorno di Pasquetta l’hanno portato a visitare le Fosse Ardeatine. “Tullio, che ricordo ne hai?”. La sua risposta semplice arriva dritta al cuore, e mi fa credere che le parole dell’innocenza andrebbero ascoltate molto più spesso, sempre: “Mi ha messo tristezza pensare a quella gente innocente che è stata presa ed uccisa senza motivo”. È stata la povera gente, innanzitutto, a subire l’oppressione. Quel bambino, inconsapevolmente, ha espresso uno stesso concetto di Piero Calamandrei: “Sono le lacrime e il sangue del popolo che hanno cementato i muri maestri della Costituzione italiana”. Le generazioni possono ancora parlarsi, senza bandiere e colori. Basterebbe che ogni giorno venisse rispettata una manciata divalori: quelli per cui sono morti i padri della nostra Repubblica.
Daniele Ferro
daniele.ferro@libero.it

4/28/2008

quando un operai muore

LA LINGUACCIA Rubrica satirica di Taco

Cominciamo bene

Dopo le corna ed il kapò al socialista Schultz – ricordi ormai di lustri or sono - Berlusconi torna alla ribalta
comica internazionale con due belle gaffe. E non è ancora Presidente del Consiglio. Martedì 15 aprile, a Radio Montecarlo, Odino Silvio ha detto che “Zapatero ha fatto un governo troppo rosa, che noi non possiamo fare anche perché in Italia c’è una prevalenza di uomini”. Mah, a parte il fatto che se al governo ci dovesse mettere donne come la Prestigiacomo di sicuro la maggioranza dei maschi italici preferirebbe vederle ballare a Striscia la Notizia, a quanto ci risulta nel nostro Paese ci sono più donne che uomini, quindi il discorso non regge a priori. In ogni caso le spagnole ci sono rimaste un tantino male, una per tutte la ministra alle Infrastrutture signora Alvarez, che ha affermato: ”Le parole di Berlusconi sono un’offesa. [...] molte donne non vorrebbero lavorare con un politico che pensa questo delle donne”.
Vista l’alta considerazione di Belli Capelli per il genere femminile, ci chiediamo cosa se ne faccia della Brambilla. Ma lasciamo l’ardua risposta ai cani che durante le cene di Arcore aspettano qualche boccone da sotto al tavolo. Non contento, Odino Silvio ha voluto fare “il simpa” – come direbbero nell’avanzato Nord - anche al fianco dell’amico fraterno Putin, accolto giovedì 17 nella villa in Costa Smeralda assieme a cabarettisti e ballerine del Bagaglino ed al cantore epico Mariano Apicella. Così i due statisti se la sono risa fino a tarda notte. Italiaaaani!: la politica internazionale è una cosa seria, ed infatti tra una minchiata su Alitalia e l’altra, il giorno dopo c’è stato persino il tempo per una conferenza stampa, in cui il Presidente in pectore ha mostrato il suo lato più scherzoso. La giornalista russa Natalya Melikova ha chiesto a Putin ragguagli riguardo la relazione con la ginnasta Alina Kabaeva (e questo ci fa immaginare che di giornalisti inutili non ce ne siano solo in Italia e che pure in Russia ci possa essere un tiggì come Studio Aperto): l’ex ufficiale del Kgb l’ha gelata con lo sguardo, e Berlusconi le ha fatto “pum pum”, mimandole altresì il gesto del mitra.
Allora, occhèi che la giornalista avrebbe potuto farsi i cazzi suoi, ma il mitra - come ricorda la Federazione Nazionale della Stampa Italiana - richiama alla mente i duecento e più reporter uccisi in Russia negli ultimi dieci anni, da chi non si sa. Cioè, dal governo russo, ma non ditelo troppo in giro. La Melikova si sarà vista davanti la povera Anna Politkovskaja ed è scoppiata in lacrime. Capiamo dunque perché Belli Capelli abbia detto “farei volentieri il cambio tra stampa russa e italiana”: meglio un giornalista che piange rispetto a uno che fa domande.
Ma via, lo sapevamo che Berlusconi è un burlone per natura, e se gli italiani l’hanno votato è giusto intrattenere il popolo con qualche goliardata. Piuttosto sembrano essere usciti pazzi quelli del Partito Democratico. Mentre le mummie della Sinistra Accozzaglia litigano - dall’alto del loro 3% - su falce e martello, Dabliu Veltroni ha annunciato un governo ombra per fare opposizione: con un sequestro lampo hanno preso GiuliAno Ferrara, al fianco gli metteranno Fassino, e uno per il largo l’altro per il lungo faranno un’ombra della madonna, ci potranno stare dietro tutti i dirigenti del PD (sempre che Fioroni si metta a dieta). D’Alema e il suo cinismo possono dunque spadroneggiare: “L’avevo detto io” – ha affermato - “che dopo il «si può fare» dovevamo mettere i puntini. Così ora potevamo aggiungere:
«una bella cagata»”. A proposito, per avere un commento a freddo passata la sbornia del post elezioni abbiamo intervistato Pietro, operaio di Bergamo, e gli abbiamo chiesto se abbia dato preferenza alla
Sinistra o alla Lega. “A nessuno dei due “ - ha risposto - “in verità prima del 13 aprile non sono andato in bagno per quattro giorni: nella cabina elettorale volevo fare come il ragionier Fantozzi. Solo che poi, lì dentro, a vedere simboli e nomi dei partiti mi sono venuti in mente i candidati e mi sono costipato”.
Tiriamo lo sciacquone su queste elezioni, va, e guardiamo avanti.

4/25/2008

La violenza sulle donne

Pensavamo tutti che il caso Giovanna Reggiani, donna violentata ed uccisa nelquartiere di Tor di Quinto a Roma nello scorso ottobre, fosse l’ultimo vile e sanguinario atto di efferatezza, spietatezza e misoginia umana. Ebbene no, visto le ultime cronache che sono giunte in questi ultimi giorni, da Milano, Torino ed ancora Roma che hanno denotato ancora una volta questa forma di intolleranza e denigrazione maschile, nei confronti delle donne. A Milano, lo scorso 18/04, una studentessa erasmus americana, ha subito lo stupro nel cuore della città, da un uomo di origine egiziana, mentre a Torino ieri, una giovane donna di 27 anni di nome Fatima è stata vittima di soprusi da parte di due albanesi, al di fuori di un locale. Poi è stata la volta di Roma, sempre nella giornata di ieri, in cui un’altra studentessa marocchina di 31 anni non ha potuto nulla contro la barbara azione di un rumeno. Sembra aprirsi dunque uno scenario spettrale, nonché delirante che denuncia lo status di profonda avversione nei confronti delle donne, vittime sacrificali e con l’unica colpa di essere il primo oggetto di sfogo da parte di questa cruda realtà dell’immigrazione clandestina. Si la clandestinità, il vero problema relativo alla sicurezza che sembra attanagliare le istituzioni, al cospetto a questo punto, di una presunta dichiarazione di guerra da parte di costoro che agiscono in modo così disumano. Cosa fare? Sembra questo l’interrogativo che si pongono le nostre cariche dello Stato all’indomani dell’esito elettorale ed in relazione al prossimo ballottaggio a Roma tra Rutelli e ed Alemanno. Dunque la sicurezza, come era stato del resto nel caso Reggiani, diviene il primo nonché il più urgente tema da affrontare a livello sociale e politico. Una sicurezza da garantire
ai cittadini con contemporanea eliminazione dell’aspetto clandestino dell’immigrazione che sembra mettere d’accordo tutte le alte figure politiche. Il tutto cercando di non sollevare un problema “rumeno” che possa in qualche modo esortare una sorta di “caccia alle streghe” di stampo razzista e neonazista e di
creare dunque una giustizia fai da te. L’integrazione va plasmata con una regolarizzazione dei comportamenti sociali in stretto contatto con il mondo del lavoro e dell’occupazione.
Patrizio Rosati

Roma al ballottaggio

Si vota domenica 27 e lunedì 28 aprile per i ballottaggi delle elezioni amministrative. Occhi puntati su Roma, dove si sfideranno Francesco Rutelli e Gianni Alemanno. La vittoria di quest’ultimo sarebbe l’ennesima conferma della tendenza dell’Italia a spostarsi a destra e rappresenterebbe una svolta drastica
per la capitale, dove solo due anni fa era stato netto il successo di Veltroni sullo stesso Alemanno.
Nel primo turno Rutelli ha ottenuto il 45,7% dei voti, contro il 40,7% dello sfidante del Popolo della libertà. Cinque punti percentuali che potrebbero però essere nettamente ridotti, visto che con tutta probabilità sul nome di Alemanno confluiranno i voti della Destra di Storace, con il quel tuttavia non è stato ufficializzato l’apparentamento dopo le perplessità espresse dalla comunità ebraica. L’Udc ha invece lasciato libertà di voto ai propri elettori. Un altro elemento che potrebbe favorire Alemanno è l’effetto della vittoria del Pdl a livello nazionale, che potrebbe portare molti voti di coloro che decideranno di salire
sul caro dei vincitori. A vantaggio di Rutelli potrebbe invece giocare l’astensionismo, che nelle precedenti
tornate amministrative è sempre stato maggiore a destra (o almeno così sembrerebbe se si paragonano i
risultati delle elezioni politiche con quelli delle amministrative e dei referendum).
Molti cittadini infatti potrebbero restare a casa o andare al mare se non richiamati dal voto nazionale.
Il tema centrale della campagna elettorale è sempre più la sicurezza, dopo i recenti fatti di cronaca e l’enfasi posta su questi da parte dei media. L’amplificazione a dismisura di alcuni fatti di cronaca nera ha infatti creato in gran parte degli italiani un bisogno eccessivo di sicurezza e un sentimento xenofobo,
che hanno contribuito non poco alla vittoria del centro-destra.
Andrea Pranovi
andrea.pranovi@underpress.it

4/22/2008

OFF-LINE N14 del 22/4/08

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http://officinasdc.altervista.org/off-line/offlinenumero14.pdf

4/21/2008

Il crollo della sinistra

Berlusconi ha stravinto. Schiacciante il divario tra Pdl e Pd. Impressionante il successo della Lega. Buono il risultato dell’Italia dei Valori. Ma il dato più eclatante che è uscito dalle urne è la sconfitta della Sinistra-Arcobaleno. 3% alla Camera e 3,2% al Senato: lontano dalla soglia di sbarramento del 4% a Montecitorio, lontanissimo da quella dell’8% a Palazzo Madama. In Parlamento non siederanno nemmeno un deputato o un senatore comunista. Non era mai successo nella storia dell’Italia repubblicana. Sulla disfatta della Sinistra-Arcobaleno hanno pesato senza dubbio i continui richiamo in campagna elettorale al “voto utile”, oltre all’anticomunismo dilagante nel paese. Ma attribuire la causa di 3 milioni di voti in meno rispetto al 2006 a fattori esterni e pensare che la sinistra radicale sia vittima indifesa del processo di “semplificazione del quadro politico” sarebbe un errore. La sinistra ha bisogno di fare autocritica, perché non sono pochi gli sbagli commessi negli ultimi anni. Nei mesi del governo Prodi i partiti della sinistra hanno deluso le aspettative votando il rifinanziamento della missione in Afghanistan, nonostante la manifestazione di Vicenza, e il protocollo sul welfare, che invece era stato bocciato nelle fabbriche. Caduto il governo il processo unitario di Rifondazione, Comunisti italiani, Verdi e Sd ha portato alla creazione di un cartello elettorale il cui programma ha preferito porre l’accento su temi come le unioni civili, mettendo i secondo piano argomenti cari ai lavoratori e alle lavoratrici come la lotta alla precarietà e la sicurezza sul lavoro. Anche Bertinotti e compagni hanno inoltre deciso di puntare sul marketing politico, sull’immagine: via la falce e martello, rimpiazzata dall’arcobaleno. Ma la sinistra non è arcobaleno: è rossa. Forse l’hanno dimenticato, sicuramente l’hanno pagato. Molti astenuti e i voti ai partiti minori
che hanno mantenuto il simbolo storico (oltre a quelli forse andati alla Lega) provengono dall’area di rifondazione e degli altri partiti che oggi compongono la Sinistra-Arcobaleno. Se nell’Unione la sinistra si era sottomessa a riformisti, moderati e centristi, con la scelta del Partito Democratico di correre da solo si è persa l’occasione per costruire un progetto veramente alternativo.
Ora a sinistra si apre un periodo di riflessione nel quale sarà importante capire i perché della debacle. E’ necessario rimboccarsi le maniche, ripartendo dalle piazze, riconquistando la fiducia soprattutto nelle fabbriche. E’ difficile. Ma si può fare. Anzi, si deve fare.
di Andrea Pranovi
andrea.pranovi@undeprress.it

Tsunami Berlusconi

Berlusconi ha sempre detto che il PDL e la Lega Nord avrebbero avuto 8 punti di vantaggio sul suo diretto avversario e noi tutti scettici con una certa aria di superbia pensavamo che la percentuale sarebbe stata nettamente più bassa, ma oggi dobbiamo dargli ragione anche se il distacco non è di 8 punti ma di ben 9,3 al senato e 9,2 alla camera. Percentuali da capogiro che hanno messo KO il Partito democratico e il suo leader Walter Veltroni il quale è corso ai ripari proponendo la creazione di un Governo Ombra per non trasformarsi lui stesso in un’ Ombra politica viste anche le accuse che gli vengono rivolte sia dai Socialisti che dai Comunisti che vedono nelle scelte del leader del
PD il motivo della loro mancata presenza nel parlamento. Per due anni ci hanno detto che con questa legge elettorale non si poteva governare, che era una vera porcata, ma anche qui il Cavaliere era l’unico che affermava il contrario, sicuro che il PDL aveva i numeri per governare e le elezioni gli hanno dato ragione dandogli una maggioranza larga sia
al senato che alla camera. Non si può negare che questo risultato sia il frutto di un’ alleanza estremamente proficua con la Lega Nord che è passata dal 4,5% delle elezioni 2006 al 8,1% di queste ultime elezioni. Anche in una città per tutti rossa come Bologna, la Lega Nord è riuscita a portare a casa un risultato storico passando dal 1,8% del 2006 al 4,5% di oggi, un risultato che fa capire da solo la crisi profonda del centro-sinistra che non riesce più ad essere maggioranza nel paese anche, come in queste elezioni, quando in un modo a dir poco goffo si presenta agli elettori con un leader di spirazione Berlusconiana come è Walter Veltroni. Ma ora parliamo dei numeri del PDL, se li confrontiamo
con quelli di Forza Italia e AN delle elezioni del 2006 ci rendiamo conto di una leggera inflessione dovuta a una perdita di consenso al Nord, ma non in favore della Lega e non di elettori FI ma di elettori di AN verso la Destra e UDC.
Tutto ciò è compensato dai risultati estremamente confortanti nelle regioni del Centro-Sud, un dato su tutti quello della Calabria dove nel 2006 le due formazioni insieme avevano preso il 31,7% oggi si attestano al 42,1% numeri che non lasciano dubbi sulla forza del PDL. Concludo con la parte finale dell'articolo del direttore Vittorio Feltri ha scritto su Libero mercoledì 16 aprile 2008: " infine diamo a Silvio quello che è di Silvio. Un ringraziamento per aver sopportato
il dileggio dei fessi e dei cafoni. I quali occorre si rassegnano: lui è uno dei pochi personaggi di spicco della storia repubblicana. Piaccia o no, le cose stanno così".
Io aggiungo, FORSE stanno così.
di Antonio Nesci

Pd: analisi di una partita persa

Si può fare. Questo è stato lo slogan del Partito Democratico. Uno slogan che lunedì scorso, nel tardo pomeriggio, ha perso il suo significato simbolico e letterale. Forse però Veltroni ha ripetuto quelle tre parole nella sua testa prima di prendere il telefono e chiamare il suo rivale, ormai vincitore. "Ti voglio dare atto della vittoria e fare gli auguri nell’interesse del paese", così è iniziata la telefonata in questione. Si può fare: perdere ma con stile. Così come con stile è stata condotta la sua campagna elettorale. Un viaggio che ha toccato più di 100 province, caratterizzato dal contatto diretto con le piazze, da incontri informali che hanno permesso di toccare le vere speranze della gente, talvolta, forse, cedendo alla spettacolarizzazione. Soprattutto, però, è da ricordare il monito a smorzare i toni: in una
politica come quella di oggi ciò non è poco. Una campagna che dietro, naturalmente, aveva un progetto. Il PD
voleva creare uno spartiacque tra passato e futuro, un qualcosa che segnasse un punto e a capo. Molta importanza è stata data a concetti come innovazione, sviluppo, creatività, mobilità sociale. Punto cardine poi, era la qualità. Qualità economica che si sarebbe dovuta concretizzare nell’aumento della ricchezza, nella promozione della concorrenza. Qualità della democrazia intesa come eliminazione di ogni tipo di disuguaglianza. Qualità della giustizia, che si sarebbe
esplicata nella abbreviazione dei processi e nella ragionevolezza dei tempi, nell’inasprimento delle pene per i reati contro le donne ed i minori. Infine molto risalto è stato dato ai temi della famiglia e della condizione delle donne. Tutti questi intenti sono stati smentiti dai risultati. Il PD ha totalizzato il 33,3% di voti alla Camera ed il 33,7% al Senato. Se aggiungiamo i risultati relativi all’Italia dei Valori, le percentuali salirebbero rispettivamente al 37,7% ed al 38%. E’ vero, le elezioni sono state perse. Ha vinto il PDL. Tuttavia i risultati del PD sono stati buoni. Veltroni infatti ha ottenuto due punti in più alla Camera rispetto all’Ulivo nel 2006 e ben sei punti in più al Senato dove, sempre due anni fa, DS e Margherita ebbero il 28,2%. Inoltre il PD ha recuperato al PDL 20 punti di distacco in due mesi.
Forse è per tali motivi che Veltroni ha dichiarato dopo la sconfitta: "Dalle condizioni in cui siamo partiti possiamo parlare di rimonta. Ora i riformisti hanno una forza vera." Cosa ha impedito di raggiungere l’ambito traguardo? Forse il fatto che il leader del PD non ha mai negato l’esperienza del governo Prodi che aveva deluso molti elettori anche, se non soprattutto, di sinistra. Forse il Partito Democratico nel Nord non è stato percepito come radicato nel territorio ed è da qui che sono venuti i voti alla Lega. A dimostrazione di ciò sta il fatto che a Veltroni sono andati i voti
delle tradizionali regioni "rosse" come Toscana, Emilia, Marche, Umbria, Molise, Basilicata. Forse l’insuccesso è da rintracciare in ragioni storiche, politiche, culturali, sociologiche o nel loro intreccio. O forse Veltroni semplicemente non è un uomo con un impero dietro, non fa battute ad effetto, non è arrogante, non si dipinge come unto dal Signore e poi attenzione….udite udite: non ha ricevuto condanne!!! Allora perché mai gli italiani dovrebbero votarlo??
di Marco Pennacchia


4/17/2008

OFF-LINE N13 del 17/4/08

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4/13/2008

LE GUERRE DEL SILENZIO


Ci sono luoghi in questo mondo in cui Dio sembra aver distolto lo sguardo. Sono i massacri, le torture, la fame, le atrocità che coinvolgono milioni di individui. Sono i conflitti di cui spesso non abbiamo notizia perché i detentori dell’informazione non ritengono importante diffondere.
Le uniche guerre di cui si parla sono “La Guerra al Terrorismo” , il conflitto Iracheno, quello Arabo-Palestinese. Come tutti noi sappiamo gli interessi economici e politici che ruotano intorno a questi conflitti sono ingenti, guidati dalla Grandi potenze e per tale motivo sempre oggetto di discussione da parte dei media. Sono relativamente pochi “gli altri” conflitti che attirano la nostra attenzione. Secondo alcune stime, nel periodo 1946-2000, ci sarebbero stati più di 150 conflitti provocando 23 milioni di morti di cui i 2/3 civili: donne, anziani e bambini.
Sono state definite le “Guerre del Silenzio” le cui storie, spesso inascoltate, sono però reali e fanno parte del mondo in cui viviamo.
E’ la storia del Sahara occidentale, la cui popolazione da oltre 10 anni attende il referendum per ottenere l’indipendenza dal Marocco e conta 165 mila esuli nei campi profughi in Algeria.
La storia del Senegal, uno dei Paesi più poveri al mondo dove la richiesta di indipendenza e la rivolta antigovernativa ha provocato più di 2000 morti e 50.000 profughi.
La Sierra Leone, attraversata da un continuo stato di guerra, ha impedito che venisse realizzato qualsiasi programma di sviluppo e risanamento nonostante la ricchezza del sottosuolo con giacimenti di diamanti, oro, bauxite e rutilio.Ufficialmente nel 2002 la guerra è stata dichiarata conclusa ma le conseguenze che il Paese paga sono molteplici.
La Costa D’Avorio ha conosciuto per motivi etnici e razziali 5 tentativi di colpo di stato in un anno. Ora il Paese è diviso in 2: le regioni del nord sono controllate dai ribelli mentre le forze governative cercano di mantenere integro il territorio meridionale.
Nel Ciad, dopo un breve periodo di tregua dal 1998 al 2002, è ripresa la guerriglia nel nord del Paese.
Nel vicino Sudan la guerra dura ormai da quasi mezzo secolo ed anche qui l’origine di questi conflitti si può attribuire a cause religiose, economiche geografiche, razziali, storiche e politiche
Drammatica è la situazione nella regione desertica del Darfur dove gruppi paramilitari arabi compiono massacri e operazioni di pulizia etnica sulla popolazione nera.
Altri conflitti si verificano in Somalia, Etiopia, Eritrea, Repubblica del Congo, Uganda, Ruanda, Burundi e Angola.
Ma anche in altre parti del mondo i conflitti di cui non si parla mai non mancano.
Non è facile oggi giorno essere diretti perché tutto è sempre mascherato dagli interessi economici politici e sociali ma credo che ognuno di noi abbia diritto alla verità e alla trasparenza dell’informazione affinchè i massacri, le miserie e i conflitti non rimangano avvolti nel silenzio.
di Sara Monsù

4/03/2008

Tibet: i diritti umani tra diplomazie e proteste

Il Dalai Lama ha rivolto un appello alla Cina chiedendo di aprire un "dialogo significativo" per trovare una soluzione pacifica a seguito dei disordini scoppiati in Tibet, a dispetto delle accuse mosse dal governo cinese che lo aveva accusato di esserne responsabile. Il leader spirituale ha auspicato "sforzi sinceri" per arginare la situazione di tensione creatasi tra la Repubblica Popolare e le minoranze etniche. A differenza delle informazioni abilmente diffuse per screditare la sua immagine, il capo buddhista ha ribadito di non volere la secessione del Tibet dalla Cina, ma soltanto una maggiore autonomia. "Ho manifestato alle autorità cinesi – ha detto - la mia volontà di collaborare per riportare pace e stabilità in Tibet. Invito la dirigenza cinese a fare uso di saggezza e a intraprendere un dialogo significativo con il popolo tibetano per evitare di creare spaccature tra le differenti nazionalità». Non risparmia tuttavia le accuse: "L'atteggiamento dei media di stato cinesi sui recenti eventi in Tibet, usando menzogne e immagini distorte, potrebbe insinuare il seme della tensione razziale con imprevedibili conseguenze a lungo termine". Un pacato ma deciso rimprovero verso la politica di insabbiamento del governo cinese, che ha minimizzato il proprio intervento, nonostante le gravi repressioni attuate verso i monaci. Le reazioni politiche sono state varie. Il Presidente americano Bush sceglie la via diplomatica, chiedendo "prudenza" nel gestire le proteste dei tibetani. Differente è l'opinione di Nicolas Sarkozy, che non ha escluso il boicottaggio della cerimonia delle olimpiadi, sebbene le posizioni della Francia siano poi state ammorbidite dalla dichiarazione di Bernard Kouchner, il ministro degli Esteri: "Nessuno chiede un boicottaggio totale, questo è chiaro. Noi non siamo anticinesi". La Gran Bretagna ha sottolineato la sua posizione con fermezza, affermando che parteciperà alla cerimonia di apertura, mentre alcuni, come il premier polacco Donald Tusk esprimono scetticismo sulla propria presenza alle Olimpiadi.
Intanto, continuano le manifestazioni. A Kathmandu un gruppetto di studenti tibetani fra i 13 e i 16 anni è riuscito ad entrare nel cortile dell'ufficio delle Nazioni Unite. Inneggiando alla libertà della loro terra, hanno manifestato pacificamente per attirare l'attenzione delle autorità e chiedere l'intervento del Palazzo di Vetro per porre fine alle violenze nella regione himalayana. Cinque di loro sono stati portati via dalla forze dell'ordine. L'organizzazione umanitaria americana Human Rights Watch ha accusato il governo del Nepal di aver prospettato il rimpatrio forzato agli esuli tibetani riparati oltre confine, e di "servirsi della minaccia della detenzione e della deportazione in Cina per mettere a tacere il dissenso pacifico".
Nonostante le continue denunce da parte di associazioni come Amnesty International per le violazioni dei diritti umani che la Cina perpetua indisturbata, la comunità internazionale sembra aver scelto la strada della diplomazia, della quieta e timida denuncia, se non del tacito assenso. E' lecito forse chiedersi se la potenza del gigante cinese abbia a che fare con questa pacatezza delle reazioni. L'enorme crescita economica che la Repubblica Popolare ha conosciuto negli ultimi anni non è coincisa con altrettanta democrazia, e ciò con cui i Paesi occidentali devono fare i conti è un'immensa forza capitalistica in grado di imporre le proprie regole, anche a livello politico. Date le premesse, l'unico intervento auspicabile è quello delle Nazioni Unite. Nonostante la perdita di autorità che l'Onu ha subito negli ultimi anni, sembra che le vittime del regime cinese (tibetani e non solo) possano contare solo su un'intercessione super partes, oltre che sulle migliaia di occhi dell'opinione pubblica mondiale puntati addosso.

Irene Petraccone

Andrea Rivera: Monnezza a Bologna

3/26/2008

Officina sdc intervista Giulietto Chiesa 19/3/08

Officina sdc intervista Giulietto Chiesa 19/3/08 N1/2



Officina sdc intervista Giulietto Chiesa 19/3/08 N2/2

3/22/2008

Perchè i giovani sono scontenti?

I giovani sono scontenti perché per loro tutto è dovuto, i giovani di oggi danno tutto per scontato, in qualsiasi rapporto, amico-amica, amica-amato, studente-professore, figlio-genitore, lavoratore-datore di lavoro ecc…
I giovani di oggi credono, e si sbagliano, che la vita è pretesa, invece non è così, la vita è domanda.
Ogni rapporto con l’altra persona è gratuito, una persona non dà per ricevere, una persona da perché si sente di dare, perché ha desiderio di donare all’altro.
La parola che mi da più fastidio e non piace detta da un amico, è la parola “dovere”.
I giovani di oggi, secondo me, sono scontenti perché danno tutto per scontato e tutto per dovuto, senza andare a fondo nei rapporti, non danno importanza a ciò che fanno, costruiscono i loro progetti sull’immaginazione e non riescono ad ancorarli alla realtà.
Il consiglio che do ai giovani è di amare più la verità che loro stessi, io così ho trovato la vera felicità.
Vincenzo

3/18/2008

OFF-LINE N10

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Banzai INTERVISTA a Benedetta Cosmi del 15/03/08

L’appello della discordia


Il 28 febbraio 08 si è svolta l' assemblea in A1; l'obiettivo era quello di dar voce agli studenti di Scienze della Comunicazione sulla vicenda dell' eliminazione dell'appello di tesi di Aprile e in tal modo portare all'attenzione della presidenza la posizione negativa degli studenti su questa scelta.
Gli organizzatori erano fiduciosi sulla riuscita dell'iniziativa visto il buon esito della raccolta firme che ha raggiunto ben 400 adesioni e visti anche i numerosi topic su comunicatori.net.
Quando invece l'assemblea si è trasformata in una vera e propria Caporetto, non solo la partecipazione è stata a dir poco nulla e quantificabile in 4 studenti, ma ha spinto l’organizzatrice Agostina di Martino a "gettare la spugna" e a scrivere una serie di topic di fuoco su comunicatori.net.
I primi a farne le spese sono stati gli studenti che hanno firmato per riattivare la sessione di tesi, definiti scrocconi e opportunisti, poi è toccato anche ai rappresentanti e in particolare a Benedetta Cosmi accusata di aver tentato di manipolare la "povera e indifesa" di Martino.
Non posso non nascondere l' ammirazione verso l'organizzatrice, per essersi impegnata in questo progetto a dir poco arduo visti anche i tempi estremamente ridotti per una riuscita positiva.
Trovo stucchevole l'atteggiamento da vittima sacrificale che oggi la di Martino sta portando avanti, ritengo che le cose vadano fatte quando realmente ci si crede, anche contro l'indifferenzache è sicuramente il male peggiore che oggi attanaglia la nostra Facoltà, ma sopratutto la società che ci circonda.
Sugli attacchi ai rappresentanti non posso non concordare, mi sono trovato spesso infatti a scrivere contro l'indifferenza e la passività di questi "signori"; credo però che siano completamente ingiuste le critiche contro la Cosmi, in assoluta imparzialità, nonostante l’amicizia che mi lega a lei, ho apprezzato la sua estrema buona fede che talvolta la conduce a scelte sbagliate perchè vengono fatte con il cuore e non con la testa. Io personalmente credo che i fallimenti, qualunque essi siano, non debbano essere imputati a cause esterne, ma vadano ricercati dentro di noi, nelle nostre incapacità.
di Antonio Nesci

3/14/2008

EVENTO

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3/11/2008

OFF-LINE N9

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3/01/2008

L’Unità in rosso

In questi giorni un nuovo capitolo si è aggiunto alla vicenda che sta interessando il quotidiano l’Unità.
Ma facciamo un passo indietro, è da più di un anno che i conti economici sono in rosso, pertanto si è fatta molto credibile la cessione del quotidiano ad un nuovo editore, in particolare al gruppo Angelucci.
Tutto ciò ha prodotto un senso di inquietudine nella redazione del quotidiano, non solo per via della vendita, ma soprattutto perché il gruppo Angelucci è editore di Libero, quotidiano vicino al centro destra.
Visti l’incertezza della vendita e i mancati nuovi investimenti vista la campagna elettorale, l’assemblea di redazione ha deciso di mettere in atto un pacchetto di sei giorni di sciopero dal 26 febbraio.

A. N.

2/29/2008

194 tra revisionisti e conservatori

Nel nostro paese da diversi anni è in atto un dibattito o come vorrebbe qualcuno una delegittimizzazione della legge che regola il tema dell’aborto: la 194.
In questi giorni il tema si è fatto a dir poco incandescente per via di ciò che è avvenuto al Policlinico di Napoli dove i carabinieri hanno fatto un controllo su un possibile aborto fuori legge segnalato da una telefonata anonima, probabilmente da un dipendente dell’Ospedale.
La segnalazione si è rivelata inesatta; alle forze dell’ordine il primario Carmine Nappi ha dichiarato: <<>>.
Tutto ciò ha provocato un piccolo terremoto, le femministe si sono scagliate contro le forze dell’ordine perché non dovevano entrare nell’Ospedale, anche se contro voglia i maggiori leader delle prossime elezioni si sono dovuti confrontare con il tema spinoso dell’etica che avrebbero sicuramente preferito lasciare alla coscienza dei singoli.
Giulio Ferrara lascia il suo programma su L7 Otto e mezzo per fondare un nuovo partito con l’intento di difendere in questo paese la vita ecc..
Naturalmente la 194 si trova nel centro del ciclone. La prima parte della legge recita: l’interruzione di gravidanza è consentita nei primi novanta giorni di gestazione, ma nella seconda parte, molto discussa, leggiamo che è comunque consentito ricorrere all’aborto tra il quarto e quinto mese solo per motivi di natura terapeutica
Da qui dobbiamo fare un passo indietro e tornare alla vicenda di Napoli perché l’ aborto effettuato al policlinico era di natura terapeutica perchè il feto era affetto dalla sindrome di Klinefelter, che è una malformazione dei genitali che può portare molto spesso alla sterilità.
Va detto che questa sindrome non pregiudica la vita normale dell’individuo e che colpisce 1 nato ogni 500, molto spesso chi ne è affetto non ne è nemmeno consapevole.
La domanda che mi pongo e che vi voglio porre è se era necessario spegnere una vita per questo tipo di malformazione o si dovrebbe rivedere la 194 inserendo un prontuario specificando le malattie dove si può attuare l'aborto di natura terapeutica e non lasciarla alla discrezione del medico?
Fatemi sapere che ne pensate scrivendomi all'e-mail: banzai_sdc@yahoo.it

Antonio Nesci

2/22/2008

Un autografo dall’assassino

Seconda puntata. Nel precedente numero di "Offline"si era parlato di soap opera politica. La spettacolarizzazione non riguarda però soltanto questo settore. Da tempo è in voga infatti un genere che potremmo definire "criminal show". Assomiglia molto ai "reality show" ma è di natura più macabra. Erba, Garlasco, Novi Ligure, Perugia ne costituiscono la geografia. Come nel "Grande Fratello" ci sono dei protagonisti che vengono nominati e subito esclusi. Sono le vittime. Si dice chi sono, catalizzano l’attenzione per un attimo ma poi tutto il nostro interesse va verso i principali sospettati. I morti sono dimenticati. Iniziano quindi nuove nomination per decidere chi è l’assassino. Sarà Azouz? Sarà Alberto Stasi? Sarà Anna Maria Franzoni? Al momento della confessione di Rosa ed Olindo, Azouz cede la corona di "star" a loro, sono i nuovi nominati, lui ormai è come se fosse uscito dalla casa del "Grande Fratello". Si concede però ogni tanto delle apparizioni in tv, come succede agli eliminati dei vari reality a "Buona Domenica". Anche nei "criminal show" esiste il ballottaggio: la
sfida è tra gli innocentisti ed i colpevolisti. I magistrati diventano una sorta di pubblico in studio che
esprime il parere sul carattere di un personaggio per fornire elementi utili ad entrambi i contendenti.
I riflettori dei media cercano di carpire ogni singola espressione del principale sospettato. Rosa ed Olindo vengono ripresi mentre sorridono, si stringono la mano, si accarezzano. C’è qualcuno a cui interessa il reale andamento del processo? O ci interessano solo i retroscena, come le liti che avvengono nella casa di Cinecittà?
La casa. Elemento fondamentale. Nel nostro immaginario è il luogo della tranquillità,il nido familiare.
Ecco forse perché questi delitti ci attirano tanto. Sembrano impensabili, troppo orribili da sopportare
per questo, tramite i mass media cerchiamo di esorcizzarli. O forse cerchiamo di evadere dal nostro
inconscio etichettando l’altro come mostro? Peccato che di gente al mondo ne muore davvero tanta. I bambini in Africa, i vagabondi che muoiono di freddo sulle panchine o sotto i ponti, gli immigrati che non superano i viaggi in mare. Come mai per loro non si accendono i riflettori dei media? Mentre gli assassini firmano autografi, sembra di sentire un coro di voci dall’aldilà che chiede di fare silenzio.
Marco Pennacchia

2/20/2008

La storia di Michael J.Fox

Michael J. Fox sicuramente tutti lo ricorderanno, per l’interpretazione di Marty McFly, protagonista della trilogia di Ritorno al Futuro e di Alex P.Keaton nella sitcom Casa Keaton. Michael canadese di nascita ma statunitense di adozione , nasce a Edmonton il 9 Giugno del 1961 il suo vero nome e’ Michael Andrew Fox, adotto’la J come omaggio all’attore Michael J. Pollard. All’eta di 10 anni, debutta alla televisione canadese e nel 1982 in quella americana come uno dei protagonisti della serie tv Casa Keaton di grande successo anche in Italia , viene scoperto e lanciato da Robert Zemeckis, nel 1985 nel ruolo di Marty McFly in Ritorno al Futuro che lo portera’ al grande successo. Successivamente si conferma attore brillante in Voglia di vincere e ne Il Segreto del mio successo. Nonostante Michael sia conosciuto come attore di film comici, ha girato con successo (in coppia con Sean Penn) il film Vittime di guerra, di Brian de Palma, dove interpreta il ruolo di un soldato dell’esercito americano alle prese con le atrocita’ della guerra del Vietnam. Purtroppo nel 1991 gli viene diagnosticato all’eta’ di 30 anni il morbo di Parkinson, notizia che rendera’ pubblica soltanto nel 1998 anno in cui si ritirera’ dal cinema . Nel 1996 si fa dirigere da Peter Jackson in Sospesi nel tempo, altro riuscito film della coppia Spielberg / Zemeckis ; nello stesso anno recita anche nel film di Tim Burton Mars attacks in cui fa un cameo di pochi minuti nel ruolo di un giornalista. Ha doppiato il personaggio di Stuart Little nella serie di film d’animazione e anche Milo Tach in Atlantis-L’impero perduto della Disney. Nel 2000 e’ diventato un’importante sostenitore e raccoglitore di fondi a favore della ricerca sulle cellule staminali, nella speranza che un giorno possano aiutare chi soffre del Parkinson o di altri disturbi debilitanti; a questo scopo ha creato la Michael J. Fox Foundation for Parkinson’s Research di cui ne e’ il presidente . Nel 2003 ha scritto un libro dal titolo Lucky Man (Uomo fortunato) in cui si racconta parlando della sua vita privata, della sua carriera professionale e della sua battaglia contro il Morbo di Parkinson. Nel libro Fox scrive “ Quei dieci anni trascorsi cercando di venire a patti con il Parkinson si sarebbero rivelati i migliori della mia vita. Ecco perche’ mi sento un’uomo fortunato”. E’ sposato con l’attrice Tracy Pollan dal 1988 dalla quale ha avuto quattro figli . Speriamo che Michael riesca a continuare a lottare contro questa sua malattia senza perdere il suo entusiasmo, perche’ di attori bravi come lui se ne vedono pochi sullo schermo , chissa’ se faranno mai un quarto Ritorno al Futuro ma se cosi fosse sarebbe bello rivedere al cinema questo grande personaggio. Un’attore bravo, un papa’ eccezionale e un’uomo di grande coraggio.

Paolo Tessitore

2/09/2008

Emergenza rifiuti

La situazione dei rifiuti in Campania è uno stato di emergenza che riguarda lo smaltimento della spazzatura a Napoli e nella Regione di cui è capoluogo.
Si considera in stato di emergenza dal 1994, quando venne nominato Umberto Impronta come primo commissario di Governo per risolvere la situazione.
Un’ emergenza che va avanti da quattordici anni. Tra la fine del 2007 e l’inizio del 2008 si è registrata l’ennesima, grave, crisi dei rifiuti che ha indotto il Governo Centrale ad intervenire in modo diretto per orientare la soluzione del problema verso la gestione dei rifuti. E’ stata autorizzata la costruzione di tre termovalorizzatori superando in questo modo il vincolo imposto dalla gestione Bassolino che ruotava tutto sulla costruzione di un inceneritore ad Acerra. I sette impianti che avrebbero dovuto produrre il combustibile da rifiuto hanno prodotto invece milioni di ecoballe che non hanno le
caratteristiche necessarie e non possono essere bruciate rispettando la normativa ambientale vigente sui fumi, giacendo oggi in aeree apposite, prive delle misure di sicurezza per l’ambiente.
Anche la frazione umida prodotta dagli impianti non è nelle specifiche: non subisce un trattamento sufficiente a renderla biologicamente non pericolosa, tant’è vero che preso atto di ciò, adesso il commissario straordinario De Gennaro ne dispone comunque all’uscita dall’impianto, l’invio a discarica. Il processo è iniziato a metà gennaio 2008, nel pieno dell’ennesima crisi.
Questo è probabilmente il momento più acuto del problema visto che gran parte della popolazione campana è in piena rivolta. Costretti a bruciare rifiuti per non soccombere, i cittadini non hanno più intenzione di vivere in questo degrado dove topi e scarafaggi sono all’ordine del giorno nei casi meno gravi. Infatti nel corso di questi quattordici anni di crisi si sono registrati malati di tumori e leucemia e questa tendenza è in netto aumento anche tra i bambini.
Tutto ciò a causa dei danni provocati dalle discariche a cielo aperto.
Una crisi che diventa tragedia, un popolo esausto.

Paolo Tessitore


2/07/2008

Il Garante agli operatori di TLC: no ai dati sulla navigazione nel web

Il Garante per la privacy ha imposto ai principali operatori telefonici la cancellazione dei dati relativi alla navigazione sul web da parte dei propri utenti. I gestori possono infatti conservare soltanto i dati di traffico telematico connessi alla fornitura ed alla fatturazione del servizio di connessione. Le informazioni relative alle pagine web visitate, invece, possono consentire di risalire alle relazioni personali e sociali degli utenti, alle loro abitudini sessuali, alle loro convinzioni religiose, al loro stato di salute; rientrando di fatto nella definizione di “dati sensibili”. Mauro Paissan, componente del Garante, ha affermato che nel giro di due mesi queste informazioni dovranno scomparire e non potranno essere conservate nemmeno a fini di giustizia.
La decisione in questione arriva dopo un’ispezione effettuata dal Garante nell’ultimo anno per verificare il rispetto del codice sulla privacy e delle prescrizioni che riguardano la protezione dei dati registrati a fini di giustizia. Tali prescrizioni erano state imposte dalla stessa Authority nel 2005. Gli operatori toccati da questa inchiesta sono : Wind, Vodafone, Telecom e H3G. Agli ultimi tre è stata imposta la cancellazione dei dati riguardanti la consultazione dei siti internet da parte dei propri utenti, mentre ai soli Vodafone, H3G e Wind è stata riscontrata una mancanza nella messa in sicurezza dei dati personali conservati a fini di giustizia. Questi tre operatori dovranno ricorrere a specifiche misure tecniche per rimediare.
La decisione del Garante rappresenta un’indubbia vittoria per la privacy. Una dimostrazione di come le istituzione a protezione dei cittadini non debbano fare sempre gli interessi dei potenti di turno. Peccato soltanto che George Orwell non possa essere qui ora.

Marco Pennacchia



2/06/2008

Il bando della discordia

Nel numero speciale di Ateneo di Gennaio, due articoli hanno catturato la mia attenzione, il primo dal titolo “Se la didattica è un cantiere sempre aperto” in cui l’autore, che è il prof Mario Morcellini preside della Facoltà di Scienze della Comunicazione della Sapienza, fa una rivisitazione delle contraddizioni della 3+2.
Il secondo dal titolo “Il nostro tempo”, autrice Benedetta Cosmi Rappresentante degli Studenti di Scienze della Comunicazione della Sapienza , denuncia una contraddizione in essere nell’Ateneo dove se da una parte si parla sempre con grande enfasi di promuovere l’eccellenza, dall’altra si fanno dei bandi che di fatto sono di segno opposto.
L’articolo denuncia che “le borse di tesi all’estero che, indette a giugno, si rivolgono solo a chi nell’anno accademico 2006/07 era iscritto al secondo anno, e quindi solo a quanti, al momento in cui risultano vincitori, giacciono almeno al primo fuori corso (vedi l’iscrizione tassa di novembre) è un paradosso denunciato in questi giorni.
In poche parole, tu studente sei in corso non puoi partecipare al bando, sei fuori corso si.
Fermo restando che io personalmente non credo che discriminando gli studenti fra coloro che sono in corso o fuori corso si promuova l’eccellenza nell’Università, rimane il fatto che questa borsa di studio ha del grottesco e per tanto mi appello al prof Mario Morcellini preside di Scienze della Comunicazione della Sapienza per un’ ulteriore rivisitazione di tale contraddizione.

Antonio Nesci

2/03/2008

Bocciato il ministro Mussi

Da tempo il Ministro dell’Università e della Ricerca Fabio Mussi sostiene che sia ora di cambiare le norme dei concorsi dei Ricercatori Universitari.
Ogni Ateneo può costituire commissioni ad hoc, l’effetto è che si produce un reclutamento localistico e non trasparente.
Dopo numerose bozze e linee guida, il 7 dicembre 2007 Mussi ha emanato il Decreto Ministeriale con un nuovo regolamento dei concorsi da Ricercatore.
L’idea del Ministro è questa: si fanno delle Commissioni di Esperti internazionali, a cui vengono inviati i curriculum e pubblicazioni dei candidati, queste super commissioni devono restare anonime e vengono composte dai migliori.
In una seconda fase il Rettore nomina una Commissione Locale di soli docenti che ascolta i candidati che rientrano nella lista ristretta e che possiedono altri requisiti indicati dal Ministero, segue la valutazione e graduatoria definitiva.
Un’ulteriore novità riguarda la prova del candidato che non prevede più come oggi dei compiti scritti, ma solo un seminario pubblico sui risultati che i candidati stessi ritengono più interessanti e significativi della propria ricerca.
Tutto ciò è stato bocciato dalla Corte dei Conti che ha motivato questa scelta in sei punti:
esiste una gerarchia delle fonti giuridiche, il Decreto Ministeriale non può ridisegnare materie regolate per Legge dello Stato;
1 il Decreto Ministeriale tende a vanificare anche le competenze rimesse a organi universitari;
2 il Decreto doveva essere emanato entro il 31 marzo 2007;
3 il Regolamento fa riferimento alla sua emanazione e non alla pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale;
4 la Commissione esterna espropria di fatto la Commissione Locale della funzione di organo tecnico del concorso;
l’anonimato della Commissione Esterna va contro le regole di trasparenza.
Il Ministro Mussi non è sembrato turbato da questa presa di posizione della Corte dei Conti e noi rimaniamo in attesa dei nuovi sviluppi.

Antonio Nesci

Venti mesi

È durato venti mesi. Se me lo avessero detto venti mesi fa, non ci avrei creduto. Alla fine Prodi II è caduto sotto i colpi di Mastella & co. Che sarebbero stati loro, i centristi, invece che la Sinistra, a creare problemi a Prodi, si era capito fin dall’inizio; precisamente dal giorno della votazione per eleggere il Presidente del Senato. Durante quella votazione infatti tre distratti senatori dell’Unione (si proprio tre, quanti i senatori dell’Udeur) avevano confuso Franco Marini con un tale di nome Francesco. Si capì fin da quel messaggio, neanche troppo velato, che l’intera coalizione sarebbe stata ostaggio di quel trio neocentrista capeggiato dal prode Mastella. Ovviamente lo sparuto gruppetto non agiva in nome di interessi particolari, ma si faceva portatore degli interessi di una parte consistente dell’elettorato, circa l’uno per cento.
La responsabilità della fine prematura del governo non può essere imputata semplicisticamente nè a Mastella e Dini, né alla eccessiva eterogeneità della coalizione, né alla (destabilizzante) nascita del Pd. Per governare con più tranquillità e stabilità sarebbe bastata una sola, semplicissima cosa: vincere le elezioni. Ebbene sì, bisogna finalmente ammetterlo: questa coalizione di centro-sinistra è riuscita a non stravincere le elezioni dopo cinque anni di disastri berlusconiani. Questa coalizione, dopo la schiacciante vittoria alle regionali, è riuscita a dilapidare un enorme vantaggio nel giro di pochi mesi. Questa coalizione è riuscita a perdere in Italia, e vincere solo grazie ai voti degli italiani all’estero (diritto, quello del voto degli italiani all’estero, da togliere al più presto).
Si è provato a dare la colpa alla legge elettorale, scordandosi di ricordare che la coalizione di centro-destra ha preso più voti al senato. Oggi, col senno di poi, è fin troppo facile ammettere che il governo di unità nazionale, invocato adesso con tanta veemenza dalla maggioranza del centro-sinistra, sarebbe stato venti mesi fa la soluzione più logica e più responsabile di fronte a un sostanziale pareggio. Ma chi può biasimare i vari Prodi, D’Alema, Fassino, Bertinotti e Rutelli? Quella notte del 10 aprile 2006 io ero in piazza Piazza Santi Apostoli e ricordo benissimo il mio stato d’animo; non avrei accettato mai e poi mai di condividere quella risicatissima vittoria, tanto meno di condividerla con Berlusconi. Questo devono avere pensato i leader dell’Unione, questo è quello che pensava tutto unito il “popolo” del centro-sinistra. Nessuno probabilmente avrebbe accettato, dopo una campagna elettorale piena d’odio con non mai, l’idea di scendere a patti con il “nemico” e forse per questo allora i leader del centro-sinistra non se lo sono potuti permettere.
E invece eccoci qui oggi, con Prodi ormai a casa a fare il nonno e nuove elezioni, che vedranno come vincitore certo Berlusconi, come unica via d’uscita all’orizzonte. La colpa di tutto ciò è di Mastella? Di Dini? Della “porcata” elettorale? No. La colpa è di chi venti mesi fa, non ha saputo nell’interesse del paese, scegliere con lungimiranza. Un’altra prova, l’ennesima, che questa classe politica incompetente va resettata.

Emiliano Dictor


2/02/2008

Cade il governo. Ora c’è bisogno di un vero programma


Il governo è caduto. Un ramo del parlamento ha negato la fiducia a Prodi, così come era accaduto nel 1998. Dieci anni fa fu Rifondazione Comunista alla Camera, ora è stata l’Udeur di Mastella al Senato a sancire la sconfitta del Professore. Ma la vera differenza sta nelle motivazioni: nel ’98 si trattò di ragioni politiche, stavolta invece si può parlare di questioni personali.
La crisi di governo è stata infatti aperta da Clemente Mastella, ministro della Giustizia, senatore e capo dell’Udeur. Indagato per alcuni presunti reati commessi in Campania assieme alla moglie, arrestata, Mastella ha deciso di dimettersi da guardasigilli. Pochi giorni dopo arriva la notizia che l’Udeur si sfila dalla maggioranza e non voterà la fiducia al governo, che a Palazzo Madama ha una maggioranza risicata. Mastella motiva la sua scelta ufficialmente con “la mancata solidarietà” che avrebbero dovuto dargli le altre forze del centro-sinistra (come se avesse dimenticato quei vergognosi applausi bipartisan durante il suo discorso nel passo in cui ha attaccato la magistratura). Tuttavia non bisogna essere molto maliziosi per pensare che a determinare la scelta del suo partito sia stato il fatto che ormai non c’era più la “poltrona” da ministro da mantenere. Ma c’è anche chi legge la questione come un tentativo di bloccare una possibile riforma elettorale che avrebbe impedito ai piccoli partiti come il suo di poter ricattare un’intera maggioranza di governo. E, infine, qualcuno ha sottolineato la vicinanza temporale tra le accuse di Bagnasco al governo per la vicenda della visita di Razinger all’università e l’annuncio di Mastella. Fatto sta che, qualsiasi sia la ragione, Mastella ha provocato la caduta del governo e, con molta probabilità, riconsegna così il paese in mano a Berlusconi.
Ora il centrodestra, fino a ieri spaccato, si è immediatamente ricompattato per chiedere elezioni anticipate. Il centrosinistra invece propone l’ipotesi di un governo istituzionale che faccia, prima di tornare alle urne, una riforma elettorale, anche se probabilmente l’obiettivo di Veltroni è evitare il voto immediato perchè sa che in questo momento l’impopolarità che aveva raggiunto l’Unione potrebbe portare a una vittoria larghissima del Cavaliere.
Il problema del centro-sinistra non è risolvibile con una riforma elettorale, poiché il nostro è un Paese in prevalenza berlusconiano: anni delle tv commerciali del Biscione hanno avuto il loro effetto sulla mentalità e sulla cultura italiana. Per sconfiggere Berlusconi si è creata una coalizione troppo ampia, troppo eterogenea, che sin dal primo giorno di governo è stata caratterizzata dalle liti interne (sinistra radicale e riformisti, diniani e democratici, mastelliani e dipietristi, e chi più ne ha più ne metta). Una coalizione di questo tipo non può governare, e questo per il centrosinistra deve essere un’importante lezione per la prossima campagna elettorale. Forse, sarà meglio iniziare a fronteggiare Berlusconi non su un piano esclusivamente elettorale, che poi come si è visto porta comunque a governi divisi all’interno e immobili, ma sul piano di programmi politici. In altre parole, sarà meglio mettere da parte l’ambizione di governare e dedicarsi invece a fare un’opposizione seria, basata sui contenuti e non, come è stato in passato, semplicemente sull’anti-berlusconismo.
Andrea Pranovi
andrea.pranovi@underpress.it

1/26/2008

In nome della laicità



E’ nella solidarietà a Papa Benedetto XVI che troviamo il vero significato della parola laicità.
La laicità è una prassi di civiltà, un insieme di procedure che offrono solide garanzie istituzionali alla libertà.
Chi si professa laico non si mostra indifferente rispetto alle scelte politiche e al dibattito culturale, cercando sempre il confronto.
Tutto ciò non vale all’interno dell’Università la Sapienza di Roma, nella quale una minoranza di docenti e studenti dei collettivi sono riusciti ad imbavagliare il Papa e cancellare uno dei pilastri fondamentali dell’Università, la laicità.
Ma tutto ciò oggi si sta trasformando in un formidabile autogol. Tutti parlano del Papa, visto anche il grandissimo successo dell’invito del cardinale Camillo Ruini ai fedeli di partecipare all’Angelus di domenica 20 gennaio 2008 che ha portato in piazza 200 mila credenti e non, per esprimere la solidarietà Benedetto XVI e che ha prodotto una nuova consapevolezza nell’essere cristiani e laici.
Non posso non rimproverare al Magnifico Rettore della Sapienza Renato Guarini una pessima gestione degli eventi, frutto anche di un buonismo dell’Università verso i collettivi i quali hanno dimostrato la loro vera natura anti liberale di queste nuove camice rosse.
Libertà, Libertà, Libertà.

Antonio Nesci

1/22/2008

Non habemus papam


Non habemus papam. Con queste parole su uno striscione la facoltà di fisica ha festeggiato la mancata partecipazione del papa all’inaugurazione dell’anno accademico dell’università la Sapienza che si è svolta giovedì 17 gennaio 2008 e che, appunto, avrebbe dovuto avere come “ospite d’onore” joseph ratzinger. La rinuncia da parte del papa è avvenuta il 15 gennaio ,due giorni prima dell’appuntamento, dopo giorni di roventi polemiche che avevano coinvolto il mondo accademico. Polemiche che riguardavano proprio la presenza del pontefice a tale evento, giudicata inopportuna da molti professori e studenti (altro che sparuta minoranza). Alla fine, visto il clima di tensione venutosi a creare intorno all’evento, la santa sede ha deciso di declinare l’invito.
Il dettaglio non è insignificante. È stato il papa ha rinunciare. Nessuno ha impedito a chicchessia di intervenire. Che ora si parli di censura nei confronti del papa fa abbastanza ridere. Anzi, fa anche un po’ arrabbiare, detto da chi da secoli non fa altro che mettere al rogo gli eretici. Da quando esprimere dissenso significa censurare? Il processo a Galileo Galilei, quello è un esempio di censura. Questo è il papa che ha definito quel processo “ragionevole e giusto”.
Alcuni hanno addirittura affermato che quanto è successo mette in pericolo la laicità dello stato. E pensare che è stata la settimana in cui si è rimessa in discussione la legge 194 sull’aborto e Ferrara ha affermato che l’aborto è un omicidio. Ma forse sono io che vedo la realtà in modo distorto.
Alla fine comunque, nonostante qualche momento di tensione, la cerimonia si è svolta abbastanza tranquillamente. Alcuni professori hanno disertato l’avvenimento per protesta e gli studenti cattolici hanno protestato con una bandana sulla bocca per la censura ai danni di benedetto XVI. Già. Poveri cattolici. Adesso come faranno a esternare al mondo le loro opinioni? Saranno costretti ad andare sul palco all’Ambra Jovinelli?
Per finire, un consiglio. Gli studenti cattolici tengano pure le bandane sulla bocca, nessuno sentirà la mancanza delle loro parole.

Emiliano Ginn

1/20/2008

La politica cambia i nomi,
ma resta sempre la stessa

Milioni di persone a votare per le primarie. Era iniziata così, nell’entusiasmo generale, l’avventura del Partito Democratico, la nuova formazione di centro-sinistra figlia della fusione tra Ds e Margherita. Tuttavia, nel giro di qualche mese ecco che si scoprono gli altarini: il partito, che doveva essere un grande esempio di rinnovamento della politica italiana, diventa teatrino dei battibecchi tra i soliti personaggi rimasti ancora legati alle fazioni d’origine e preoccupati di vedere scalfito il loro potere. Per non parlare del programma: su molti aspetti c’è ancora tanta confusione, come dimostrano i continui contrasti sulle questioni etiche. Il Partito Democratico è nuovo solo nel nome. Invece che rappresentare l’inizio della trasformazione di una politica che ha ormai stufato gli elettori, il nuovo partito non fa altro che accelerare quel processo di “americanizzazione” della politica, per cui l’ideologia viene rimpiazzata dal marketing. Insomma, la sinistra italiana cerca di far sua la strategia che ha portato Berlusconi a dominare il paese: pochi contenuti e tanta apparenza.
E il Cavaliere? Dopo la spallata non riuscita in occasione del voto sulla finanziaria al senato e il conseguente calo di consensi ha deciso un “restyling” del suo partito. Forza Italia diventa infatti il partito del Popolo delle Libertà, così come hanno scelto milioni di italiani (almeno così dice Berlusconi) che hanno fatto file ai gazebo per scegliere non i contenuti o i personaggi del nuovo partito (che restano gli stessi identici di prima), ma il nome. Una gran bella prova di democrazia…
di Andrea Pranovi
andrea.pranovi@underpress.it





1/07/2008

Pillole dal CdF di Scienze della Comunicazione

Venerdì 21 dicembre 2007 si è svolto il Consiglio di Facoltà di Scienze della Comunicazione seduta allargata a tutte le componenti, che aveva l’ obiettivo di buttare le basi per una nuova riorganizzazione della Didattica e il riposizionamento dell’offerta, viste le nuove disposizioni del Ministero
La novità più importante, passata a maggioranza, è il via dato dal Consiglio alla presidenza per verificare se ci sono le condizioni per rivedere la modalità della verifica finale della triennale e di conseguenza anche della specialistica (magistrale) e la possibile eliminazione sia dalla triennale che dalla specialistica (magistrale) del numero chiuso.
La volontà della presidenza, espressa molto chiaramente dal preside Mario Morcellini, è di modificare l’attuale Tesi della triennale con una verifica fatta da una commissione, mentre alla specialistica verrà richiesta una Tesi molto più corposa nei contenuti.
Anche il numero chiuso sia alla triennale che alla specialistica (magistrale) non è più visto come una necessità per la nostra presidenza e l’obiettivo è la sua graduale eliminazione.
Approfondiremo, sicuramente, questi temi nei prossimi numeri nel frattempo vi invito a scrivere alla nostra e-mail:
officina_sdc@yahoo.it per farci sapere che ne pensate e a visitare il nostro sito: www.officinasdc.altervista.org dove troverete le registrazioni audio del Consiglio di Facoltà.

Di Antonio Nesci


VIDEO:

11/11/2007

INTERVISTA:
Alla nuova dirigente prof.ssa Monica Nanetti N1
http://it.youtube.com/watch?v=6t-tLL4mCdc
Alla nuova dirigente prof.ssa Monica Nanetti N2
http://it.youtube.com/watch?v=uWpqmHNPmmo
Alla nuova dirigente prof.ssa Monica Nanetti N3
http://it.youtube.com/watch?v=bFlmDXBAegY
Alla nuova dirigente prof.ssa Monica Nanetti N4
http://it.youtube.com/watch?v=TIIXjh3u-3s