6/11/2008

Non sono un animale

L’altra sera in un quartiere periferico di Roma si è svolta una caccia al Trans, da parte delle forze dell’ordine e della gente che esasperata è scesa in strada per farsi giustizia da sola, visto che le proprie istanze in questi anni non sono state ascoltate da nessuno.
Questo stato di esasperazione ha prodotto una caccia all’uomo che ci riporta alla mente altri tempi.
Una scena raccapricciante, dove uomini inseguivano altri uomini (i trans che in quel momento si trovavano su la strada a prostituirsi), con grida e insulti di vario tipo.
Alla fine la caccia è stata avara, solo due prede. Mentre la prima rassegnata al suo destino veniva caricata su un’auto delle forze dell’ordine, la seconda non voleva arrendersi al suo stato di “bestia”,gridava e si dimenava per il suo diritto ad esistere, gridando con tutto il fiato in corpo: non sono un animale, nell’indifferenza generale.
Queste parole hanno riecheggiato nella mia mente come un atto di accusa alla mia impotenza. Mi domando e vi domando, ricordando anche la vicenda della caccia al Rom a Napoli, è possibile che il nostro Paese ha scelto la strada dell’intolleranza più ceca, come siamo arrivati a tutto ciò e soprattutto di chi è la colpa di questa esasperazione sociale?
E’ bene ho la risposta a questa domanda, ecco i nomi dei colpevoli: Berlusconi, Veltroni, Prodi, Fini, Casini, Di Pietro, Giordano, Dilliberto e tutta la Casta.
Ma questa risposta non mi convince, non sono stato sincero fino in fondo la mia coscienza si ribella, non sono loro i veri colpevoli, al massimo sono dei macabri attori in un teatro ormai vuoto e con le scene decadenti.
Allora di chi è la colpa?
Semplice, ma difficile da accettare, è mia, perché in questi anni mi sono fatto strumentalizzare da un sistema di odio, o con Berlusconi o contro Berlusconi che ha impoverito di contenuti ed ideali la grande arte della politica. E’ mia perché ho legittimato questo sistema con il mio voto (il cosiddetto voto utile) e ho fatto salire sul palco dei mezzi attori che hanno reso mediocre una grande opera.
E’ mia perché anche io ho scelto di essere spettatore critico, forse, ma comunque spettatore e non aver avuto la forza e il coraggio di salire sul palco e cercare di scardinare il sistema.
E ora non mi resta che attendere il mio turno ad essere preda e dover anche io un giorno
gridare non sono un animale.
Antonio Nesci

6/10/2008

Media razzisti?


I più attenti avranno notato, qualche settimana fa, lo scarso rilievo dato alla notizia di uno stupro di una donna rumena commesso da un italiano. I giornali le hanno dedicato poco spazio, molto meno di quello che tutte le testate avevano riservato allo stupro commesso a Roma da un uomo di nazionalità rumena.
Perché due stupri vengono trattati in modo differente? Entrambi sono avvenuti in Italia ed entrambi hanno visto come vittima una donna straniera. L’unica risposta possibile sembra essere che a differenziare le due notizie sia la nazionalità dell’aggressore: quando lo stupratore è rumeno prime pagine, interviste, inchieste, ecc., quando lo stupratore è italiano ci si può fermare ad un trafiletto. La discriminazione tra due persone, anche se si tratta di due stupratori, sulla base della propria etnia ha un nome ben preciso: razzismo. Oggi fa notizia la violenza di un extracomunitario, quella di un italiano no: nella gente si alimenta così una
percezione di insicurezza che porta ad atteggiamenti e a comportamenti xenofobi. Se il giornalismo ha l’obiettivo di far conoscere la verità al pubblico, i mezzi di comunicazione non possono continuare a distorcere
la realtà cavalcando l’odio verso lo straniero che sta caratterizzando la società italiana in questo periodo, un odio a cui ha ben contribuito uno schieramento politico, da cui i media, almeno quelli che non ne sono direttamente controllati, dovrebbero cercare di non farsi sottomettere.
A questo proposito Roberto Natale, presidente della Fnsi (Federazione Stampa Nazionale Italiana) ha dichiarato all’Ansa che "la fine della campagna elettorale e la differente attenzione della politica sono un problema che riguarda i partiti e la frequente strumentalità dei loro interventi. Ma l’informazione dovrebbe avere un metro di misura
delle notizie più omogeneo, più autonomo, e non subalterno alle logiche della lotta politica. E’ bene ricordarlo, nel momento in cui le questioni della sicurezza hanno assunto una rilevanza centrale nel dibattito pubblico.
E’ importante che chi fa informazione senta per intero la responsabilità di scelte professionali che, con il silenzio o con l’enfatizzazione, possono avere un impatto assai pesante sulla convivenza fra italiani e stranieri.
Una notizia è una notizia sempre". Ma a quanto pare le parole di Natale non sembrano state accolte da molti giornalisti. Uno di questi giorni infatti il Tg2 ha trasmesso un servizio che racconta di una ragazza musulmana, residente con la famiglia in Italia, vittima di violenze a casa per i suoi comportamenti ritenuti troppo "occidentali" dal padre. La vicenda è triste, ma nei mezzi di comunicazione è chiaro l’intento di voler costruire lo stereotipo dell’islam come religione intransigente e violenta. Se si pensa
che i dati indicano che la maggior parte delle violenze sulle donne avviene nelle mura domestiche, come mai fa notizia la violenza che avviene in una casa abitata da musulmani e non quei tanti episodi che avvengono in famiglie italiane? Anche questoè razzismo.
Andrea Pranovi
andrea.pranovi@underpress.it
“Prima vennero per i comunisti, e non alzai la voce perchè non ero
comunista.
Quindi vennero per gli ebrei, e non alzai la voce perchè non ero ebreo.
Quindi vennero per i cattolici, e non alzai la voce perchè ero protestante.
Poi vennero per me, e a quel punto non vi era rimasto nessuno che
potesse alzare la voce”
- Bertold Brecht, da uno scritto del pastore luterano Martin Niemoller
-
SHAME
Signore e Signora Zingari
padre e madre miei:
io vi onoro
Fanciulla Sinta, ragazzo Rom
fratelli miei:
sono basso e mezzo terrone
per un fascista padano
ipoteticamente inferiore
ma sulla mia pelle si colora
secolare vanto
la superiorità del bianco
Bambino Sinto, bimba Rom
figli miei:
vorrei esser fiaba
per cullarvi
in una notte di silenzio
vorrei esser pioggia
per proteggervi
dall’odio delle molotov
Da dove veniamo
Chi siamo
Dove andiamo?
Sono italiano e
ne provo vergogna

diDaniele Ferro

6/06/2008

Cristo scendi dalla croce

Papa Nazinger continua a scassare le palle, ma soprattutto le ovaie. La settimana scorsa ha affermato che la legge 194 “in trent’anni non ha risolto il problema dell’aborto: ha svilito il valore della vita e ha aperto nuove ferite nella società”. È peggio dei comunisti mangia-bambini, ha sempre in bocca gli embrioni.Potrebbe parlare di cose un po’ più concrete. Gesù disse: “Ciò che viene fatto ai poveri è a me che viene fatto”. Allora perchè papa Nazinger non dice qualcosa sui Rom? Niente di niente, silenzio vaticano. Ci pensa allora Di Pietro a parlare: riguardo l’ipotesi sul reato di immigrazione clandestina (genialata partita dall’ “emergenza rom”) ha detto di essere d’accordo sull’istituzione di tale reato per “evitare che l’Italia diventi il vespasiano d’Europa”. L’ex magistrato di Mani Pulite ha evidentemente manie igieniche, ma paragonare gli immigrati disperati al piscio ci pare brutta cosa: per protesta, invitiamo chi si
trovi a passare davanti a casa sua a pisciargli sul portone. Dalla questione rom, dicevamo, è partita una proposta legislativa, il “pacchetto sicurezza” approntato dal leghista Maroni. Peccato che il pacchetto, oltre ad essere molto probabilmente incostituzionale sotto certi aspetti, non piaccia per nulla anche all’Unione Europea perchè violerebbe alcune normative comunitarie. Insomma, non è che sto decreto legge sia stato pensato molto bene: forse che il Ministro degli Interni al posto della testa c’ha i maroni? Comunque tra lui e La Russa è una bella sfida. Riguardo la supposta emergenza sicurezza – visto che i reati, in realtà, negli ultimi anni sono sempre diminuiti - Il Ministro della Difesa ha detto che si sta studiando “un disegno di legge per un pattugliamento dalle 18 alle 2 di notte, partendo da 6-7 città: si tratterebbe di prevedere in ognimcittà 100 gruppi composti da 5 persone, ad esempio poliziotto, carabiniere,
soldato, vigile urbano". Ma sì dai, chi più ne ha più ne metta: aggiungiamoci puttane, saltimbanchi, mangiafuochi, scimmie, deputati e senatori e facciamo delle allegre combriccole sfilanti per le città, almeno ci divertiamo pure un po’.
Di allegria ne avrebbero bisogno gli amici campani, che vivono immersi nella munnezza. Ma ci penserà il Consiglio dei Ministri, fissato a Napoli, a portare un po’ di allegria. Odino Silvio alloggerà in una suite di 350 metri quadri, con piscina in camera, palestra privata, giardino pensile e due bagni, di cui uno con vasca idromassaggio extralusso e marmi pregiati. Il tutto per la modica cifra di 4200 euro a notte. Stesso discorso per i componenti della squadra di governo, che tuttavia dovranno accontentarsi delle rimanenti suite, con un prezzo oscillante fra i 750 e i 4000 euro a notte. Non siete contenti? Non vi mette allegria? Chissà chi paga...
Comunque il problema munnezza sarà risolto: partiranno verso la Germania 3.500 tonnellate di rifiuti. Dal letame nasceranno pure i fiori, ma grazie agli italiani i tedeschi (visto che lo smaltimento dei rifiuti in terra crucca non è affatto gratis) hanno capito come far nascere euro dall’immondizia. Per quanto riguarda la quantità sempre maggiore di topi che scorrazzano nelle vie cittadine, invece, si sta pensando di radunare a Napoli tutti i cinesi presenti nel nostro Paese. Boccone dopo boccone, ci penseranno loro a farli fuori. A proposito di Cina, la fiaccola olimpica porta una sfiga della madonna: a causa del terremoto siamo a quota 71 mila tra morti e dispersi. Intanto nella vicina Birmania, devastata dal ciclone, il regime militare
continua a negare l’accesso alle organizzazioni straniere di aiuto. Appelliamoci a Bush: lui, che porta la democrazia in giro per il mondo, sicuramente libererà il popolo birmano dal regime. Spostandoci ad ovest del pianeta arriviamo in Sudafrica, dove i cittadini neri sudafricani, organizzati in ronde, stanno picchiando ed ammazzando gli immigrati neri che fuggono dai Paesi vicini, in particolare dallo Zimbabwe guidato da un feroce regime dittatoriale. Oooh, i leghisti di casa nostra saranno contenti: se si ammazzano tra di loro, sti negri, non verranno a importunarci nella nostra terra. Ma torniamo in Italia. Il 16 maggio Domenico Noviello, che aveva denunciato sette anni fa cinque affiliati camorristi per tentata estorsione,
è stato ammazzato con venti colpi in generale, e poi uno preciso alla nuca: un’esecuzione. Se gli studenti avessero la memoria delle varie mafie sarebbero tutti 30 e lode. Nel civile Nord Italia, invece, le persone si ammazzano da sole. A Torino Riccardo La Mantia, 20 anni, si è dato fuoco per paura di perdere il lavoro. Ora è in coma, gravissimo. E insomma, per morire ustionati mica c’è bisogno dei roghi della ThyssenKrupp. In tutto ciò, ci chiediamo cosa stia succedendo alla vita di questo mondo. Da un sondaggio pubblicato su Famigghia Cristiana, sembra che anche i parrocci di provata fede si stiano chiedendo dove sia andato a finire Dio. Forse sta giocando a briscola con papa Nazinger.

LA LINGUACCIA
Rubrica satirica di Taco

5/31/2008

Pomezia Scienze della Comunicazione Roma

Benedetta Cosmi accetta l’invito e scrive un articolo per la Redazione di Straparlo, giornale universitario degli studenti di Pomezia, lo pubblichiamo anche su "Off-line" perché parla di noi.
C’è un Consorzio, le aziende sono vicine, gli assessori anche, non trovi il Preside, il Rettore neanche a dirlo, la biblioteca non c’è. Che cosa è? La realtà universitaria di Pomezia. Strano per chi ci giunge da Piazzale Aldo Moro o da Via Salaria; mi piacerebbe fare un riassunto rappresentativo; e il termine non è casuale per chi da tre anni è presso il consiglio di Facoltà di Scienze della Comunicazione della Sapienza, rappresentante degli studenti.
È dalla triennale che mi ripromettevo che sarei andata almeno in visita presso la mia sede distaccata, al Campus Selva dei Pini.
In zona Cesarini, ce l’ho fatta. Questo articolo nasce perché mi sento in colpa. Ho sfruttato la "trasferta" di Radio Sapienza per non mancare, ma ce ne ho messo di tempo, oltretutto è lasciato alla spontaneità invece dovrebbe essere un appuntamento istituzionalizzato quello con rappresentanti e presidenza. Era un venerdì e a maggior ragione desolante da trascorrere nel cortile della nostra sede romana, poco affollata perché la maggior parte degli iscritti tra fuorisede e pendolari erano già in partenza per mete extra-universitarie. Non escludo che il processo che vorremmo avviare, "La Comunicazione degli studenti", non ci porti invece presto a trascorrere la domenica insieme alternando film, dibattiti, reading, tornei, sport, finalmente sport per noi della città, finalmente i grandi eventi culturali firmati Sapienza anche da voi,… altrimenti sede distaccata sa di difetto affettivo.
Io credo che Pomezia meriti Rappresentanza nei cdf! Invito a pensare alle vostre candidature per il rinnovo che avverrà a Novembre 2008. Lascio una mail per contattarci: comfusi@gmail.com, seppur con un ritardo vergognoso oggi sono consapevole di avere colleghi "legittimi", quasi userei la metafora della fiction del momento, per rendere l’idea che dobbiamo fare i conti con una famiglia allargata, quella che la Sapienza ormai è. Prometto di realizzare alcune delle iniziative approvate col
Prof Mario Morcellini, proprio la mattina di quel venerdì, anziché nelle solite strutture, presso la vostra pineta, se non intorno alla piscina nonostante il buon periodo, certamente di fronte il campo da tennis; e anche la letteratura ci viene incontro, penso ai Giardini dei Finzi Contini. A quel connubio esercitato dai suoi protagonisti. Magari festeggiamo anche le lauree lì, come nelle atmosfere de "Il ballo di fine anno", che ricorda i college, ma se il polo pontino ha un quid in più certamente è questa atmosfera. Mettiamo su un palinsesto, per vederci a Pomezia.

5/13/2008

Anche Roma mettela freccia a destra


Se la vittoria di Berlusconi alle elezioni politiche era decisamente prevedibile, molto meno lo era quella di Gianni Alemanno nella corsa al Campidoglio. Il candidato di An è il nuovo sindaco di Roma, con un distacco di circa il 7% su Rutelli al secondo turno. Sul successo di Alemanno ha influito sicuramente la “svolta a destra” dell’Italia, accentuata nel ballottaggio dalla voglia di salire sul carro del Pdl da parte di molti e dalla delusione di una parte dell’elettorato di centro-sinistra.
Ma la vittoria dell’ex ministro dell’Agricoltura trova alcune spiegazioni anche nella capitale. Innanzitutto va detto che Alemanno, ex Fronte della Gioventù e Msi, incarna una destra sociale che a Roma gode di un certo seguito. Ma oltre alle motivazioni ideologiche c’è dell’altro: se si pensa che due anni fa Veltroni aveva battuto Alemanno al primo turno, si capisce come la politica dell’attuale leader del Pd abbia lasciato parecchio malcontento. Per molti Veltroni si è preoccupato troppo dell’immagine mediatica della città (Notte bianca, Festa del Cinema, ecc.) e troppo poco dei problemi quotidiani dei romani, soprattutto nelle periferie, dove il successo del centro-destra è stato ancora più netto. Anche la scelta di candidare Rutelli, già sindaco due volte, forse non è piaciuta a tanti: non si può infatti trascurare il voto disgiunto di 60mila elettori che hanno scelto il candidato
del Pd Zingaretti alla Provincia e Alemanno al Comune. Ma l’elemento che probabilmente ha spianato la strada al trionfo elettorale del Pdl anche nella città eterna è rappresentato dai recenti dibattiti sulla sicurezza. Hanno fatto breccia nei cittadini della capitale i proclami xenofobi e razzisti della destra, proprio mentre i media hanno amplificato a dismisura l’”emergenza sicurezza”. Cero è che quando uno schieramento politico possiede e gestisce i mezzi d’informazione è più facile per questo alimentare nelle persone bisogni su cui poi basare la campagna elettorale. Questo non significa che la sicurezza è un problema inesistente o esclusivamente calato dall’alto. E’ vero infatti che una consistente percentuale di alcuni tipi di reati è commessa da immigrati irregolari, ma è anche vero che l’immigrazione è accettata, e sfruttata, da quel mondo imprenditoriale così vicino al centrodestra che prima richiede manodopera a basso costo e poi si scaglia contro gli extracomunitari per ottenere consensi. E stavolta di consensi ne ha ottenuti molti.
Andrea Pranovi
andrea.pranovi@underpress.it

Una festa zoppa


Venerdì 25 aprile io ed Antonio Nesci eravamo in manifestazione: insieme ad altre quarantamila persone abbiamo camminato da Porta San Paolo a Piazza Vittorio Emanuele, e ne abbiamo approfittato per guardarci attorno, raccogliere qualche intervista e capire quali fossero le opinioni ed i sentimenti dei cittadini lì presenti.
La prima impressione si è poi rivelata essere la compagna della manifestazione: troppe bandiere di partito, troppe falci e martello o simboli del Piddì. Sono troppo giovane per sapere con certezza cosa sia successo nella storia politica e culturale del nostro Paese perché la giornata della Liberazione divenisse una festa di parte. Lo posso immaginare: una scuola sempre più scandalosa col passare degli anni (alcune ragazze delle superiori ci hanno detto di non aver mai letto Fenoglio, Calvino o Pavese), una società di massa rincoglionita dalla televisione, politici rampanti che strumentalizzano la Storia a proprio consumo o che la ignorano indecentemente
- come il prossimo Presidente del Consiglio che non ha mai celebrato il 25.
Se lo ficchino bene in testa, coloro che pensano alla Liberazione come una cosa sorpassata: se siamo qui a parlare, a studiare, a discutere per differenti posizioni politiche, lo dobbiamo a quei liberali, a quei comunisti, a quei cattolici, a quegli anarchici, a quelle persone semplicemente libere che dall’8 settembre 1943 si ribellarono all’oppressione nazi-fascista. E invece no, ci si ritrova in manifestazione per il 25 Aprile immersi in un’atmosfera palesemente di sinistra, perché a questo punto,msiamo arrivati: dacché fu dell’intero popolo italiano, oggi la Liberazione è una festa di parte. E a me sta cosa fa schifo. Al sig.Malaguti, all’epoca il partigiano Biondino, abbiamo chiesto cosa rimane della Resistenza oggi. “Rimane la Costituzione”, ci ha risposto.
La Costituzione è di sinistra o della Repubblica democratica? Il cittadino di destra gode o no dei diritti sanciti nella nostra carta costituzionale? E allora perché la manifestazione del 25 è tinta di rosso? Attenzione, non dico che la colpa sia della destra: può essere che la sinistra abbia strumentalizzato la Liberazione, e quindi lo schieramento avverso - a torto - se n’è tirato fuori. Non lo so. Credo che il peccato originale risieda nella degenerazione della società e del valore della memoria a cui ci siamo abbandonati. A cui ci hanno abituati. Io non me la sentirei di dare del cretino ad un sedicenne che non sapesse spiccicarmi due parole in croce, profonde, sul senso della Liberazione. Se non ne fosse capace, sarebbe una vittima: è la scuola a non averglielo insegnato. O la famiglia. In manifestazione abbiamo intervistato un bambino che era lì coi genitori, avrà avuto otto anni. Sua madre ci aveva detto che il giorno di Pasquetta l’hanno portato a visitare le Fosse Ardeatine. “Tullio, che ricordo ne hai?”. La sua risposta semplice arriva dritta al cuore, e mi fa credere che le parole dell’innocenza andrebbero ascoltate molto più spesso, sempre: “Mi ha messo tristezza pensare a quella gente innocente che è stata presa ed uccisa senza motivo”. È stata la povera gente, innanzitutto, a subire l’oppressione. Quel bambino, inconsapevolmente, ha espresso uno stesso concetto di Piero Calamandrei: “Sono le lacrime e il sangue del popolo che hanno cementato i muri maestri della Costituzione italiana”. Le generazioni possono ancora parlarsi, senza bandiere e colori. Basterebbe che ogni giorno venisse rispettata una manciata divalori: quelli per cui sono morti i padri della nostra Repubblica.
Daniele Ferro
daniele.ferro@libero.it

4/28/2008

quando un operai muore

LA LINGUACCIA Rubrica satirica di Taco

Cominciamo bene

Dopo le corna ed il kapò al socialista Schultz – ricordi ormai di lustri or sono - Berlusconi torna alla ribalta
comica internazionale con due belle gaffe. E non è ancora Presidente del Consiglio. Martedì 15 aprile, a Radio Montecarlo, Odino Silvio ha detto che “Zapatero ha fatto un governo troppo rosa, che noi non possiamo fare anche perché in Italia c’è una prevalenza di uomini”. Mah, a parte il fatto che se al governo ci dovesse mettere donne come la Prestigiacomo di sicuro la maggioranza dei maschi italici preferirebbe vederle ballare a Striscia la Notizia, a quanto ci risulta nel nostro Paese ci sono più donne che uomini, quindi il discorso non regge a priori. In ogni caso le spagnole ci sono rimaste un tantino male, una per tutte la ministra alle Infrastrutture signora Alvarez, che ha affermato: ”Le parole di Berlusconi sono un’offesa. [...] molte donne non vorrebbero lavorare con un politico che pensa questo delle donne”.
Vista l’alta considerazione di Belli Capelli per il genere femminile, ci chiediamo cosa se ne faccia della Brambilla. Ma lasciamo l’ardua risposta ai cani che durante le cene di Arcore aspettano qualche boccone da sotto al tavolo. Non contento, Odino Silvio ha voluto fare “il simpa” – come direbbero nell’avanzato Nord - anche al fianco dell’amico fraterno Putin, accolto giovedì 17 nella villa in Costa Smeralda assieme a cabarettisti e ballerine del Bagaglino ed al cantore epico Mariano Apicella. Così i due statisti se la sono risa fino a tarda notte. Italiaaaani!: la politica internazionale è una cosa seria, ed infatti tra una minchiata su Alitalia e l’altra, il giorno dopo c’è stato persino il tempo per una conferenza stampa, in cui il Presidente in pectore ha mostrato il suo lato più scherzoso. La giornalista russa Natalya Melikova ha chiesto a Putin ragguagli riguardo la relazione con la ginnasta Alina Kabaeva (e questo ci fa immaginare che di giornalisti inutili non ce ne siano solo in Italia e che pure in Russia ci possa essere un tiggì come Studio Aperto): l’ex ufficiale del Kgb l’ha gelata con lo sguardo, e Berlusconi le ha fatto “pum pum”, mimandole altresì il gesto del mitra.
Allora, occhèi che la giornalista avrebbe potuto farsi i cazzi suoi, ma il mitra - come ricorda la Federazione Nazionale della Stampa Italiana - richiama alla mente i duecento e più reporter uccisi in Russia negli ultimi dieci anni, da chi non si sa. Cioè, dal governo russo, ma non ditelo troppo in giro. La Melikova si sarà vista davanti la povera Anna Politkovskaja ed è scoppiata in lacrime. Capiamo dunque perché Belli Capelli abbia detto “farei volentieri il cambio tra stampa russa e italiana”: meglio un giornalista che piange rispetto a uno che fa domande.
Ma via, lo sapevamo che Berlusconi è un burlone per natura, e se gli italiani l’hanno votato è giusto intrattenere il popolo con qualche goliardata. Piuttosto sembrano essere usciti pazzi quelli del Partito Democratico. Mentre le mummie della Sinistra Accozzaglia litigano - dall’alto del loro 3% - su falce e martello, Dabliu Veltroni ha annunciato un governo ombra per fare opposizione: con un sequestro lampo hanno preso GiuliAno Ferrara, al fianco gli metteranno Fassino, e uno per il largo l’altro per il lungo faranno un’ombra della madonna, ci potranno stare dietro tutti i dirigenti del PD (sempre che Fioroni si metta a dieta). D’Alema e il suo cinismo possono dunque spadroneggiare: “L’avevo detto io” – ha affermato - “che dopo il «si può fare» dovevamo mettere i puntini. Così ora potevamo aggiungere:
«una bella cagata»”. A proposito, per avere un commento a freddo passata la sbornia del post elezioni abbiamo intervistato Pietro, operaio di Bergamo, e gli abbiamo chiesto se abbia dato preferenza alla
Sinistra o alla Lega. “A nessuno dei due “ - ha risposto - “in verità prima del 13 aprile non sono andato in bagno per quattro giorni: nella cabina elettorale volevo fare come il ragionier Fantozzi. Solo che poi, lì dentro, a vedere simboli e nomi dei partiti mi sono venuti in mente i candidati e mi sono costipato”.
Tiriamo lo sciacquone su queste elezioni, va, e guardiamo avanti.

4/25/2008

La violenza sulle donne

Pensavamo tutti che il caso Giovanna Reggiani, donna violentata ed uccisa nelquartiere di Tor di Quinto a Roma nello scorso ottobre, fosse l’ultimo vile e sanguinario atto di efferatezza, spietatezza e misoginia umana. Ebbene no, visto le ultime cronache che sono giunte in questi ultimi giorni, da Milano, Torino ed ancora Roma che hanno denotato ancora una volta questa forma di intolleranza e denigrazione maschile, nei confronti delle donne. A Milano, lo scorso 18/04, una studentessa erasmus americana, ha subito lo stupro nel cuore della città, da un uomo di origine egiziana, mentre a Torino ieri, una giovane donna di 27 anni di nome Fatima è stata vittima di soprusi da parte di due albanesi, al di fuori di un locale. Poi è stata la volta di Roma, sempre nella giornata di ieri, in cui un’altra studentessa marocchina di 31 anni non ha potuto nulla contro la barbara azione di un rumeno. Sembra aprirsi dunque uno scenario spettrale, nonché delirante che denuncia lo status di profonda avversione nei confronti delle donne, vittime sacrificali e con l’unica colpa di essere il primo oggetto di sfogo da parte di questa cruda realtà dell’immigrazione clandestina. Si la clandestinità, il vero problema relativo alla sicurezza che sembra attanagliare le istituzioni, al cospetto a questo punto, di una presunta dichiarazione di guerra da parte di costoro che agiscono in modo così disumano. Cosa fare? Sembra questo l’interrogativo che si pongono le nostre cariche dello Stato all’indomani dell’esito elettorale ed in relazione al prossimo ballottaggio a Roma tra Rutelli e ed Alemanno. Dunque la sicurezza, come era stato del resto nel caso Reggiani, diviene il primo nonché il più urgente tema da affrontare a livello sociale e politico. Una sicurezza da garantire
ai cittadini con contemporanea eliminazione dell’aspetto clandestino dell’immigrazione che sembra mettere d’accordo tutte le alte figure politiche. Il tutto cercando di non sollevare un problema “rumeno” che possa in qualche modo esortare una sorta di “caccia alle streghe” di stampo razzista e neonazista e di
creare dunque una giustizia fai da te. L’integrazione va plasmata con una regolarizzazione dei comportamenti sociali in stretto contatto con il mondo del lavoro e dell’occupazione.
Patrizio Rosati

Roma al ballottaggio

Si vota domenica 27 e lunedì 28 aprile per i ballottaggi delle elezioni amministrative. Occhi puntati su Roma, dove si sfideranno Francesco Rutelli e Gianni Alemanno. La vittoria di quest’ultimo sarebbe l’ennesima conferma della tendenza dell’Italia a spostarsi a destra e rappresenterebbe una svolta drastica
per la capitale, dove solo due anni fa era stato netto il successo di Veltroni sullo stesso Alemanno.
Nel primo turno Rutelli ha ottenuto il 45,7% dei voti, contro il 40,7% dello sfidante del Popolo della libertà. Cinque punti percentuali che potrebbero però essere nettamente ridotti, visto che con tutta probabilità sul nome di Alemanno confluiranno i voti della Destra di Storace, con il quel tuttavia non è stato ufficializzato l’apparentamento dopo le perplessità espresse dalla comunità ebraica. L’Udc ha invece lasciato libertà di voto ai propri elettori. Un altro elemento che potrebbe favorire Alemanno è l’effetto della vittoria del Pdl a livello nazionale, che potrebbe portare molti voti di coloro che decideranno di salire
sul caro dei vincitori. A vantaggio di Rutelli potrebbe invece giocare l’astensionismo, che nelle precedenti
tornate amministrative è sempre stato maggiore a destra (o almeno così sembrerebbe se si paragonano i
risultati delle elezioni politiche con quelli delle amministrative e dei referendum).
Molti cittadini infatti potrebbero restare a casa o andare al mare se non richiamati dal voto nazionale.
Il tema centrale della campagna elettorale è sempre più la sicurezza, dopo i recenti fatti di cronaca e l’enfasi posta su questi da parte dei media. L’amplificazione a dismisura di alcuni fatti di cronaca nera ha infatti creato in gran parte degli italiani un bisogno eccessivo di sicurezza e un sentimento xenofobo,
che hanno contribuito non poco alla vittoria del centro-destra.
Andrea Pranovi
andrea.pranovi@underpress.it

4/22/2008

OFF-LINE N14 del 22/4/08

Per scaricare OFF-LINE copia il link ed incollalo in una nuova pagina web:
http://officinasdc.altervista.org/off-line/offlinenumero14.pdf

4/21/2008

Il crollo della sinistra

Berlusconi ha stravinto. Schiacciante il divario tra Pdl e Pd. Impressionante il successo della Lega. Buono il risultato dell’Italia dei Valori. Ma il dato più eclatante che è uscito dalle urne è la sconfitta della Sinistra-Arcobaleno. 3% alla Camera e 3,2% al Senato: lontano dalla soglia di sbarramento del 4% a Montecitorio, lontanissimo da quella dell’8% a Palazzo Madama. In Parlamento non siederanno nemmeno un deputato o un senatore comunista. Non era mai successo nella storia dell’Italia repubblicana. Sulla disfatta della Sinistra-Arcobaleno hanno pesato senza dubbio i continui richiamo in campagna elettorale al “voto utile”, oltre all’anticomunismo dilagante nel paese. Ma attribuire la causa di 3 milioni di voti in meno rispetto al 2006 a fattori esterni e pensare che la sinistra radicale sia vittima indifesa del processo di “semplificazione del quadro politico” sarebbe un errore. La sinistra ha bisogno di fare autocritica, perché non sono pochi gli sbagli commessi negli ultimi anni. Nei mesi del governo Prodi i partiti della sinistra hanno deluso le aspettative votando il rifinanziamento della missione in Afghanistan, nonostante la manifestazione di Vicenza, e il protocollo sul welfare, che invece era stato bocciato nelle fabbriche. Caduto il governo il processo unitario di Rifondazione, Comunisti italiani, Verdi e Sd ha portato alla creazione di un cartello elettorale il cui programma ha preferito porre l’accento su temi come le unioni civili, mettendo i secondo piano argomenti cari ai lavoratori e alle lavoratrici come la lotta alla precarietà e la sicurezza sul lavoro. Anche Bertinotti e compagni hanno inoltre deciso di puntare sul marketing politico, sull’immagine: via la falce e martello, rimpiazzata dall’arcobaleno. Ma la sinistra non è arcobaleno: è rossa. Forse l’hanno dimenticato, sicuramente l’hanno pagato. Molti astenuti e i voti ai partiti minori
che hanno mantenuto il simbolo storico (oltre a quelli forse andati alla Lega) provengono dall’area di rifondazione e degli altri partiti che oggi compongono la Sinistra-Arcobaleno. Se nell’Unione la sinistra si era sottomessa a riformisti, moderati e centristi, con la scelta del Partito Democratico di correre da solo si è persa l’occasione per costruire un progetto veramente alternativo.
Ora a sinistra si apre un periodo di riflessione nel quale sarà importante capire i perché della debacle. E’ necessario rimboccarsi le maniche, ripartendo dalle piazze, riconquistando la fiducia soprattutto nelle fabbriche. E’ difficile. Ma si può fare. Anzi, si deve fare.
di Andrea Pranovi
andrea.pranovi@undeprress.it

Tsunami Berlusconi

Berlusconi ha sempre detto che il PDL e la Lega Nord avrebbero avuto 8 punti di vantaggio sul suo diretto avversario e noi tutti scettici con una certa aria di superbia pensavamo che la percentuale sarebbe stata nettamente più bassa, ma oggi dobbiamo dargli ragione anche se il distacco non è di 8 punti ma di ben 9,3 al senato e 9,2 alla camera. Percentuali da capogiro che hanno messo KO il Partito democratico e il suo leader Walter Veltroni il quale è corso ai ripari proponendo la creazione di un Governo Ombra per non trasformarsi lui stesso in un’ Ombra politica viste anche le accuse che gli vengono rivolte sia dai Socialisti che dai Comunisti che vedono nelle scelte del leader del
PD il motivo della loro mancata presenza nel parlamento. Per due anni ci hanno detto che con questa legge elettorale non si poteva governare, che era una vera porcata, ma anche qui il Cavaliere era l’unico che affermava il contrario, sicuro che il PDL aveva i numeri per governare e le elezioni gli hanno dato ragione dandogli una maggioranza larga sia
al senato che alla camera. Non si può negare che questo risultato sia il frutto di un’ alleanza estremamente proficua con la Lega Nord che è passata dal 4,5% delle elezioni 2006 al 8,1% di queste ultime elezioni. Anche in una città per tutti rossa come Bologna, la Lega Nord è riuscita a portare a casa un risultato storico passando dal 1,8% del 2006 al 4,5% di oggi, un risultato che fa capire da solo la crisi profonda del centro-sinistra che non riesce più ad essere maggioranza nel paese anche, come in queste elezioni, quando in un modo a dir poco goffo si presenta agli elettori con un leader di spirazione Berlusconiana come è Walter Veltroni. Ma ora parliamo dei numeri del PDL, se li confrontiamo
con quelli di Forza Italia e AN delle elezioni del 2006 ci rendiamo conto di una leggera inflessione dovuta a una perdita di consenso al Nord, ma non in favore della Lega e non di elettori FI ma di elettori di AN verso la Destra e UDC.
Tutto ciò è compensato dai risultati estremamente confortanti nelle regioni del Centro-Sud, un dato su tutti quello della Calabria dove nel 2006 le due formazioni insieme avevano preso il 31,7% oggi si attestano al 42,1% numeri che non lasciano dubbi sulla forza del PDL. Concludo con la parte finale dell'articolo del direttore Vittorio Feltri ha scritto su Libero mercoledì 16 aprile 2008: " infine diamo a Silvio quello che è di Silvio. Un ringraziamento per aver sopportato
il dileggio dei fessi e dei cafoni. I quali occorre si rassegnano: lui è uno dei pochi personaggi di spicco della storia repubblicana. Piaccia o no, le cose stanno così".
Io aggiungo, FORSE stanno così.
di Antonio Nesci

Pd: analisi di una partita persa

Si può fare. Questo è stato lo slogan del Partito Democratico. Uno slogan che lunedì scorso, nel tardo pomeriggio, ha perso il suo significato simbolico e letterale. Forse però Veltroni ha ripetuto quelle tre parole nella sua testa prima di prendere il telefono e chiamare il suo rivale, ormai vincitore. "Ti voglio dare atto della vittoria e fare gli auguri nell’interesse del paese", così è iniziata la telefonata in questione. Si può fare: perdere ma con stile. Così come con stile è stata condotta la sua campagna elettorale. Un viaggio che ha toccato più di 100 province, caratterizzato dal contatto diretto con le piazze, da incontri informali che hanno permesso di toccare le vere speranze della gente, talvolta, forse, cedendo alla spettacolarizzazione. Soprattutto, però, è da ricordare il monito a smorzare i toni: in una
politica come quella di oggi ciò non è poco. Una campagna che dietro, naturalmente, aveva un progetto. Il PD
voleva creare uno spartiacque tra passato e futuro, un qualcosa che segnasse un punto e a capo. Molta importanza è stata data a concetti come innovazione, sviluppo, creatività, mobilità sociale. Punto cardine poi, era la qualità. Qualità economica che si sarebbe dovuta concretizzare nell’aumento della ricchezza, nella promozione della concorrenza. Qualità della democrazia intesa come eliminazione di ogni tipo di disuguaglianza. Qualità della giustizia, che si sarebbe
esplicata nella abbreviazione dei processi e nella ragionevolezza dei tempi, nell’inasprimento delle pene per i reati contro le donne ed i minori. Infine molto risalto è stato dato ai temi della famiglia e della condizione delle donne. Tutti questi intenti sono stati smentiti dai risultati. Il PD ha totalizzato il 33,3% di voti alla Camera ed il 33,7% al Senato. Se aggiungiamo i risultati relativi all’Italia dei Valori, le percentuali salirebbero rispettivamente al 37,7% ed al 38%. E’ vero, le elezioni sono state perse. Ha vinto il PDL. Tuttavia i risultati del PD sono stati buoni. Veltroni infatti ha ottenuto due punti in più alla Camera rispetto all’Ulivo nel 2006 e ben sei punti in più al Senato dove, sempre due anni fa, DS e Margherita ebbero il 28,2%. Inoltre il PD ha recuperato al PDL 20 punti di distacco in due mesi.
Forse è per tali motivi che Veltroni ha dichiarato dopo la sconfitta: "Dalle condizioni in cui siamo partiti possiamo parlare di rimonta. Ora i riformisti hanno una forza vera." Cosa ha impedito di raggiungere l’ambito traguardo? Forse il fatto che il leader del PD non ha mai negato l’esperienza del governo Prodi che aveva deluso molti elettori anche, se non soprattutto, di sinistra. Forse il Partito Democratico nel Nord non è stato percepito come radicato nel territorio ed è da qui che sono venuti i voti alla Lega. A dimostrazione di ciò sta il fatto che a Veltroni sono andati i voti
delle tradizionali regioni "rosse" come Toscana, Emilia, Marche, Umbria, Molise, Basilicata. Forse l’insuccesso è da rintracciare in ragioni storiche, politiche, culturali, sociologiche o nel loro intreccio. O forse Veltroni semplicemente non è un uomo con un impero dietro, non fa battute ad effetto, non è arrogante, non si dipinge come unto dal Signore e poi attenzione….udite udite: non ha ricevuto condanne!!! Allora perché mai gli italiani dovrebbero votarlo??
di Marco Pennacchia


4/17/2008

OFF-LINE N13 del 17/4/08

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4/13/2008

LE GUERRE DEL SILENZIO


Ci sono luoghi in questo mondo in cui Dio sembra aver distolto lo sguardo. Sono i massacri, le torture, la fame, le atrocità che coinvolgono milioni di individui. Sono i conflitti di cui spesso non abbiamo notizia perché i detentori dell’informazione non ritengono importante diffondere.
Le uniche guerre di cui si parla sono “La Guerra al Terrorismo” , il conflitto Iracheno, quello Arabo-Palestinese. Come tutti noi sappiamo gli interessi economici e politici che ruotano intorno a questi conflitti sono ingenti, guidati dalla Grandi potenze e per tale motivo sempre oggetto di discussione da parte dei media. Sono relativamente pochi “gli altri” conflitti che attirano la nostra attenzione. Secondo alcune stime, nel periodo 1946-2000, ci sarebbero stati più di 150 conflitti provocando 23 milioni di morti di cui i 2/3 civili: donne, anziani e bambini.
Sono state definite le “Guerre del Silenzio” le cui storie, spesso inascoltate, sono però reali e fanno parte del mondo in cui viviamo.
E’ la storia del Sahara occidentale, la cui popolazione da oltre 10 anni attende il referendum per ottenere l’indipendenza dal Marocco e conta 165 mila esuli nei campi profughi in Algeria.
La storia del Senegal, uno dei Paesi più poveri al mondo dove la richiesta di indipendenza e la rivolta antigovernativa ha provocato più di 2000 morti e 50.000 profughi.
La Sierra Leone, attraversata da un continuo stato di guerra, ha impedito che venisse realizzato qualsiasi programma di sviluppo e risanamento nonostante la ricchezza del sottosuolo con giacimenti di diamanti, oro, bauxite e rutilio.Ufficialmente nel 2002 la guerra è stata dichiarata conclusa ma le conseguenze che il Paese paga sono molteplici.
La Costa D’Avorio ha conosciuto per motivi etnici e razziali 5 tentativi di colpo di stato in un anno. Ora il Paese è diviso in 2: le regioni del nord sono controllate dai ribelli mentre le forze governative cercano di mantenere integro il territorio meridionale.
Nel Ciad, dopo un breve periodo di tregua dal 1998 al 2002, è ripresa la guerriglia nel nord del Paese.
Nel vicino Sudan la guerra dura ormai da quasi mezzo secolo ed anche qui l’origine di questi conflitti si può attribuire a cause religiose, economiche geografiche, razziali, storiche e politiche
Drammatica è la situazione nella regione desertica del Darfur dove gruppi paramilitari arabi compiono massacri e operazioni di pulizia etnica sulla popolazione nera.
Altri conflitti si verificano in Somalia, Etiopia, Eritrea, Repubblica del Congo, Uganda, Ruanda, Burundi e Angola.
Ma anche in altre parti del mondo i conflitti di cui non si parla mai non mancano.
Non è facile oggi giorno essere diretti perché tutto è sempre mascherato dagli interessi economici politici e sociali ma credo che ognuno di noi abbia diritto alla verità e alla trasparenza dell’informazione affinchè i massacri, le miserie e i conflitti non rimangano avvolti nel silenzio.
di Sara Monsù