Per scaricare OFF-LINE copia il link ed incollalo in una nuova pagina web:
http://officinasdc.altervista.org/off-line/off-line_numero_15.pdf
http://officinasdc.altervista.org/off-line/off-line_numero_15.pdf
Berlusconi ha stravinto. Schiacciante il divario tra Pdl e Pd. Impressionante il successo della Lega. Buono il risultato dell’Italia dei Valori. Ma il dato più eclatante che è uscito dalle urne è la sconfitta della Sinistra-Arcobaleno. 3% alla Camera e 3,2% al Senato: lontano dalla soglia di sbarramento del 4% a Montecitorio, lontanissimo da quella dell’8% a Palazzo Madama. In Parlamento non siederanno nemmeno un deputato o un senatore comunista. Non era mai successo nella storia dell’Italia repubblicana. Sulla disfatta della Sinistra-Arcobaleno hanno pesato senza dubbio i continui richiamo in campagna elettorale al “voto utile”, oltre all’anticomunismo dilagante nel paese. Ma attribuire la causa di 3 milioni di voti in meno rispetto al 2006 a fattori esterni e pensare che la sinistra radicale sia vittima indifesa del processo di “semplificazione del quadro politico” sarebbe un errore. La sinistra ha bisogno di fare autocritica, perché non sono pochi gli sbagli commessi negli ultimi anni. Nei mesi del governo Prodi i partiti della sinistra hanno deluso le aspettative votando il rifinanziamento della missione in Afghanistan, nonostante la manifestazione di Vicenza, e il protocollo sul welfare, che invece era stato bocciato nelle fabbriche. Caduto il governo il processo unitario di Rifondazione, Comunisti italiani, Verdi e Sd ha portato alla creazione di un cartello elettorale il cui programma ha preferito porre l’accento su temi come le unioni civili, mettendo i secondo piano argomenti cari ai lavoratori e alle lavoratrici come la lotta alla precarietà e la sicurezza sul lavoro. Anche Bertinotti e compagni hanno inoltre deciso di puntare sul marketing politico, sull’immagine: via la falce e martello, rimpiazzata dall’arcobaleno. Ma la sinistra non è arcobaleno: è rossa. Forse l’hanno dimenticato, sicuramente l’hanno pagato. Molti astenuti e i voti ai partiti minori
Berlusconi ha sempre detto che il PDL e la Lega Nord avrebbero avuto 8 punti di vantaggio sul suo diretto avversario e noi tutti scettici con una certa aria di superbia pensavamo che la percentuale sarebbe stata nettamente più bassa, ma oggi dobbiamo dargli ragione anche se il distacco non è di 8 punti ma di ben 9,3 al senato e 9,2 alla camera. Percentuali da capogiro che hanno messo KO il Partito democratico e il suo leader Walter Veltroni il quale è corso ai ripari proponendo la creazione di un Governo Ombra per non trasformarsi lui stesso in un’ Ombra politica viste anche le accuse che gli vengono rivolte sia dai Socialisti che dai Comunisti che vedono nelle scelte del leader del
Si può fare. Questo è stato lo slogan del Partito Democratico. Uno slogan che lunedì scorso, nel tardo pomeriggio, ha perso il suo significato simbolico e letterale. Forse però Veltroni ha ripetuto quelle tre parole nella sua testa prima di prendere il telefono e chiamare il suo rivale, ormai vincitore. "Ti voglio dare atto della vittoria e fare gli auguri nell’interesse del paese", così è iniziata la telefonata in questione. Si può fare: perdere ma con stile. Così come con stile è stata condotta la sua campagna elettorale. Un viaggio che ha toccato più di 100 province, caratterizzato dal contatto diretto con le piazze, da incontri informali che hanno permesso di toccare le vere speranze della gente, talvolta, forse, cedendo alla spettacolarizzazione. Soprattutto, però, è da ricordare il monito a smorzare i toni: in una
Il Dalai Lama ha rivolto un appello alla Cina chiedendo di aprire un "dialogo significativo" per trovare una soluzione pacifica a seguito dei disordini scoppiati in Tibet, a dispetto delle accuse mosse dal governo cinese che lo aveva accusato di esserne responsabile. Il leader spirituale ha auspicato "sforzi sinceri" per arginare la situazione di tensione creatasi tra la Repubblica Popolare e le minoranze etniche. A differenza delle informazioni abilmente diffuse per screditare la sua immagine, il capo buddhista ha ribadito di non volere la secessione del Tibet dalla Cina, ma soltanto una maggiore autonomia. "Ho manifestato alle autorità cinesi – ha detto - la mia volontà di collaborare per riportare pace e stabilità in Tibet. Invito la dirigenza cinese a fare uso di saggezza e a intraprendere un dialogo significativo con il popolo tibetano per evitare di creare spaccature tra le differenti nazionalità». Non risparmia tuttavia le accuse: "L'atteggiamento dei media di stato cinesi sui recenti eventi in Tibet, usando menzogne e immagini distorte, potrebbe insinuare il seme della tensione razziale con imprevedibili conseguenze a lungo termine". Un pacato ma deciso rimprovero verso la politica di insabbiamento del governo cinese, che ha minimizzato il proprio intervento, nonostante le gravi repressioni attuate verso i monaci. Le reazioni politiche sono state varie. Il Presidente americano Bush sceglie la via diplomatica, chiedendo "prudenza" nel gestire le proteste dei tibetani. Differente è l'opinione di Nicolas Sarkozy, che non ha escluso il boicottaggio della cerimonia delle olimpiadi, sebbene le posizioni della Francia siano poi state ammorbidite dalla dichiarazione di Bernard Kouchner, il ministro degli Esteri: "Nessuno chiede un boicottaggio totale, questo è chiaro. Noi non siamo anticinesi". La Gran Bretagna ha sottolineato la sua posizione con fermezza, affermando che parteciperà alla cerimonia di apertura, mentre alcuni, come il premier polacco Donald Tusk esprimono scetticismo sulla propria presenza alle Olimpiadi.